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Servono altri 300 miliardi per digitalizzare l’Europa

Per completare il processo di digitalizzazione l’Europa ha bisogno ancora 300 miliardi di investimenti, 150 miliardi per il 5G e altrettanti per la rete in fibra. La stima è contenuta in uno studio commissionato dall’Etno (l’associazione delle maggiori compagnie telefoniche europee) a Boston consulting group. Lo sviluppo dei servizi legati alla connettività, sostiene lo studio, potrebbe aiutare sensibilmente la ripresa dell’economia e dell’occupazione: soltanto portare il 5G in ogni angolo del Vecchio continente può generare infatti 113 miliardi di Pil addizionale all’anno e creare 2,4 milioni di nuovi posti di lavoro entro il 2025.

Ma per cogliere le opportunità della digitalizzazione – avverte lo studio – occorre intensificare gli investimenti di qui al 2027, moltiplicando l’attuale livello per due volte e mezzo. Il punto è che, a fronte delle cifre da mettere sul piatto, non c’è prospettiva certa di adeguato ritorno. A livello globale, Bcg calcola che le tlc, dal 2015 al 2019, abbiano prodotto un ritorno annuo per gli azionisti pari al 6%, risultando il 28-esimo settore per rendimento sui 33 considerati. E in Europa il quadro è ancora meno soddisfacente. Fatta 100 la capitalizzazione di mercato a inizio agosto 2010, il valore di Borsa delle telco Usa dieci anni dopo risultava cresciuto di oltre il 200%, mentre da questa parte dell’Atlantico il settore era dimagrito del 57%. E il brutto – ha commentato con i ricercatori Tim Höttges, amministratore delegato di Deutsche Telekom – è che «mentre i nostri ricavi continuano a scendere, la necessità di ulteriori investimenti continua a crescere».

Gli ex-monopolisti mediamente hanno stanziato in Capex (spese per investimento) ogni anno oltre il 18% del loro fatturato e il risultato è che il debito di quasi la metà degli operatori si è meritato un livello di rating inferiore all’investment grade, inadatto cioè ai portafogli “tranquilli”.

La soluzione – indica lo studio commissionato dall’Etno – passa dal porre rimedio all’eccessiva frammentazione del mercato europeo, dove ci sono troppi operatori che si devono dividere una torta sempre più piccola. I policy maker, si sottolinea, dovrebbero «permettere il consolidamento del settore all’interno e tra i Paesi dell’Unione, per consentire alle telco di raggiungere dimensioni di scala adeguate e di competere a livello globale». Ma occorrerebbe una svolta a U nelle politiche comunitarie che finora hanno badato più alla tutela della concorrenza che alla salvaguardia dell’industria. Proposito meritevole che ha prodotto però anche eccessi: per esempio, in Danimarca, che ha una popolazione pari a poco più della metà di quella della Lombardia, la Ue, per autorizzare una fusione, qualche anno fa aveva imposto l’ingresso di un quarto operatore mobile.

Altra strada è quella della cooperazione, basata su nuovi modelli proprietari che contemplino una condivisione volontaria delle infrastrutture; o sul coinvestimento, includendo nel concetto anche le joint-venture per la fibra o il 5G; oppure, ancora, con la separazione volontaria della rete dai servizi. «I governi e le istituzioni europee – suggerisce lo studio – potrebbero facilitare questi sviluppi attraverso allentamenti regolatori».

C’è comunque la necessità di stimolare anche la domanda, cosa che per esempio in Italia si è pensato di fare ricorrendo ai voucher. Un utilizzo intelligente dei fondi Ue per la digitalizzazione – suggerisce l’Etno – potrebbe essere quello di focalizzarsi sui comparti che ne hanno più bisogno: pubblica amministrazione, scuole, strutture sanitarie. Promuovendo inoltre programmi per aiutare le pmi a utilizzare strumenti che consentano a questa categoria di imprese di giocare ad armi pari con i gruppi di maggiori dimensioni.

Aiutare le scuole a digitalizzarsi, per esempio, costerebbe, fino al 2027, 14 miliardi all’anno. Sostenere l’ammodernamento digitale delle Pmi europee (l’85% non utilizza attualmente sistemi cloud avanzati) – costerebbe invece 26 miliardi l’anno. Non pochissimo se si considera che il Next generation Eu fund stanzia per la ripresa in tutto 750 miliardi.

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