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Servizi per l’impiego, Italia fanalino di coda

di Francesca Barbieri

Primo colloquio entro tre mesi dalla perdita del posto, azioni di orientamento collettive, formazione minima di due settimane in linea con il background professionale del disoccupato e le richieste del territorio. Il Ddl Fornero – in discussione al Senato – detta la linea e i tempi ai centri per l'impiego per migliorare l'efficacia delle politiche attive, oltre a rafforzare il legame a doppio filo tra sussidi monetari e iniziative di riqualificazione (chi rifiuta di partecipare a un corso o un'offerta di lavoro congrua perde il diritto all'indennità).
Misure che andranno a incidere su un quadro in cui appena 206 uffici pubblici su 553 attivano il patto di servizio, l'accordo con cui il disoccupato sottoscrive le modalità di ricerca di un nuovo impiego, e ancora meno (186) prevedono il piano di azione individuale che dettaglia la strategia per trovare il posto.
In base all'ultimo monitoraggio dei servizi per l'impiego realizzato dall'Isfol, nel 2010 sono state quasi 1,6 milioni le dichiarazioni di immediata disponibilità (Did) firmate, adempimenti che però non certificano l'effettivo inserimento nei percorsi di formazione, ma rappresentano un requisito per avere il sussidio monetario. I colloqui di orientamento riferiti allo stesso periodo sono stati molti di meno, 670mila, e una quota inferiore al 10% dei disoccupati ha dichiarato di aver avuto opportunità lavorative attraverso gli uffici pubblici (che si sono concretizzate per appena il 3,4% secondo l'indagine Isfol Plus).
L'Italia, del resto, è fanalino di coda in Europa (penultima dietro la Grecia) per gli investimenti sui servizi per l'impiego (appena lo 0,03% del Pil). Nel nostro Paese – secondo un'elaborazione del Centro studi Datagiovani sull'archivio di Eurostat – si spendono per il collocamento poco più di 200 euro l'anno a disoccupato, contro gli oltre 4mila della Danimarca, i 3mila della Germania e i 2.200 della Francia (si veda la tabella a lato). E in Italia solo il 31% dei disoccupati si rivolge ai centri per l'impiego, il dato più basso della Ue a 27 (se si esclude Cipro).
«Tra il 2000 e il 2008 – commenta Romano Benini, docente di politiche del lavoro alla Sapienza di Roma e consulente tecnico di Regioni e Province – abbiamo investito quattro volte meno della Francia e della Germania e ben dieci volte meno del Regno Unito. Con un orientatore ogni 500 disoccupati è difficile proporre un buon servizio, senza contare che sul territorio la situazione è a macchia di leopardo con strutture che offrono interventi di formazione e politica attiva e altre che invece si possono limitare solo a funzioni amministrative».
Al Sud la situazione è più critica: un focus del Formez sulle Regioni Obiettivo Convergenza rileva che oltre l'80% dei dipendenti dei centri per l'impiego non conosce almeno uno degli incentivi previsti per le assunzioni dei disoccupati. Non solo: più del 90% degli addetti non sa quali sono dal punto di vista occupazionale le cinque maggiori imprese del territorio e il 73% ignora i settori che incidono maggiormente sul Pil locale.
«Risorse finanziarie e responsabilità nella spesa pubblica – spiega Benini -: è il mix che fa funzionare il sistema di welfare. Questo, da noi, in parte è mancato, anche se nei sistemi regionali dove le province hanno maggiori competenze i servizi migliorano, per via di una regolazione delle opportunità, degli incentivi e delle politiche più vicina al territorio». Resta il fatto che a livello nazionale, dopo il 2008, gli investimenti pubblici si sono concentrati sulle politiche passive: i servizi per l'impiego hanno registrato un -19% nelle somme spese (pari a 447 milioni nel 2010), le politiche attive -4% (5,4 miliardi) e invece c'è stato un +36,4% per quelle passive (22,5 miliardi). Mentre negli altri Paesi europei le strategie di risposta alla crisi hanno prodotto un mix di interventi. In Germania, per esempio, sono aumentati tutti i capitoli di spesa: +15% i servizi per l'impiego, +5,4% le politiche attive e +12,1% i sussidi.

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