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Servizi idrici: crescono le aggregazioni Ma il Sud frena

La fotografia puntuale è contenuta nel Piano di ripresa e resilienza (Pnrr): «Nel Mezzogiorno l’insufficiente presenza di gestori industriali e l’ampia quota di gestione in economia traccia un quadro del comparto idrico molto frammentato e complesso». Tanto che, precisa il Recovery Plan, i gestori sono 1.069 di cui 995 Comuni che gestiscono il servizio in economia. Fanalini di coda la Calabria (381), la Sicilia (233), la Campania (178) e il Molise (134). Il centro-nord, al contrario, come documenta il position paper sul comparto firmato dal Laboratorio Ref Ricerche, marcia spedito verso il consolidamento con la gestione unica d’ambito (su tutti, Lombardia, Lazio e Piemonte) Ergo: il percorso verso l’industrializzazione del settore procede a velocità differenti.

La riforma del settore

Ecco perché lo stesso Piano, che destina circa 4,4 miliardi di euro al comparto, con un focus sugli investimenti per le infrastrutture cruciali per la sicurezza delle forniture, indica l’esigenza di «un intervento centrale» per accelerare la gestione efficiente dei servizi idrici, le cui linee generali sono tratteggiate nelle 2500 pagine del documento trasmesso a Bruxelles, dove si prevede, come condizione necessaria per accedere alle risorse del Pnrr, l’affidamento efficiente del servizio integrato «a manager capaci», ma anche scadenze stringenti per le aree chiamate ad adeguarsi. Con il ministero della Transizione Ecologica che dovrà provvedere a definire e sottoscrivere specifici protocolli d’intesa con le Regioni e gli enti governativi del territorio, ove si registrino ritardi. Il Mite, quindi, avrà un ruolo centrale come «motore» della svolta: non a caso lo stesso titolare del dicastero, Roberto Cingolani, aveva inserito già nella bozza del decreto semplificazioni (si veda il Sole 24 Ore del 25 e del 27 aprile), da lui approntato e in buona parte confluito nel testo su cui il governo sta ora cercando la quadra finale, una norma ad hoc per accelerare, soprattutto al Sud, l’attuazione del servizio idrico integrato e ridurre così il divario esistente non solo nella qualità dell’approvvigionamento (water service divide), ma anche, e soprattutto, negli assetti del sistema.

Consolidamento a più velocità

Nonostante prosegua il percorso di consolidamento verso la gestione unica d’ambito, voluta dallo Sblocca Italia nel 2014, il gap tra il Nord e il Sud della penisola continua infatti a persistere, come evidenzia il rapporto del Laboratorio Ref Ricerche, firmato da Donato Berardi, Marco Bonsanto, Francesca Casarico, Samir Traini e Federico Zaramella, che ha esaminato i monitoraggi periodici dell’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente sullo stato di attuazione della governance. Secondo l’ultima relazione dell’Authority presieduta da Stefano Besseghini al Parlamento, si legge nel report, «negli ultimi 4 anni (da dicembre 2016 a dicembre 2020), a fronte di un aumento seppur contenuto del numero di gestori unici d’ambito individuati dagli enti di governo, passati da 57 a 59, si è registrata una riduzione delle gestioni salvaguardate o conformi alla normativa (28 in meno) e una diminuzione di quelle non conformi, passate da 1.074 a 842».

A guidare il cambio di passo sono soprattutto Lombardia, Lazio e Piemonte, mentre in altre Regioni (come Friuli-Venezia Giulia e Veneto), si assiste al consolidamento di soggetti industriali di dimensioni rilevanti. In fondo alla classifica, invece, ci sono alcune aree del Paese in cui in diversi anni non si è arrivati nemmeno a individuare il gestore unico d’ambito. È il caso della Calabria e del Molise, le uniche in cui il servizio è affidato quasi sempre a gestioni in economia prive di organizzazione industriale. Mentre Sicilia e Campania scontano una governance ancora non pienamente operativa.

Luci e ombre, dunque, in un comparto in cui, riconosce lo studio che passa poi in rassegna le performance dei primi 100 operatori industriali del Paese, è comunque aumentato nel quinquennio 2015-2019 il numero di gestori che ha tutte le carte in regola per essere un aggregatore (da 27 a 36). Senza contare che, a fine 2019, tra i principali player del servizio idrico integrato, circa 60 aziende su 100 detengono un’ottima posizione economico-finanziaria con una buona capacità di attivare la leva del debito a sostegno degli investimenti. Una leva che il report quantifica in oltre 5,2 miliardi (azionabile da 87 delle 100 gestioni considerate). E sono saliti anche i finanziamenti concessi per gli investimenti nel settore: dai 400 milioni del 2015 si è arrivati a 1,5 miliardi nel 2018, livello che si è confermato l’anno dopo, per poi scendere appena sotto al miliardo nel 2020.

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