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Serve una 231 a misura di pmi

di Maria Chiara Furlò  

Una 231 a misura di piccola impresa. Così pensano, a distanza di 10 anni dall'entrata in vigore della legge sulla responsabilità amministrativa delle società, molti avvocati, giuristi d'impresa ed esperti del settore. Il dlgs, infatti, sin dalla sua nascita ha fatto molto discutere, sia all'esterno che all'interno delle aziende, soprattutto riguardo ai maggiori pesi che mette sulle spalle delle imprese di più piccole dimensioni, quelle cioè che caratterizzano maggiormente il sistema produttivo italiano e che oggi chiedono più controlli e meccanismi premianti.

La legge può essere, infatti, considerata, sotto la lente del rapporto costi/benefici, sia una sorta di fardello per le imprese, che devono mettere in regola la propria struttura di governance seguendo i “Modelli organizzativi” previsti dal decreto, sia una norma di primaria importanza nell'indurre gli enti a comportarsi in maniera virtuosa e nel riportare l'etica al centro dell'impresa.

In dieci anni la legge ha subito numerose integrazioni e ritocchi, che ne hanno esteso l'ambito di applicazione ed alterato profondamente la coerenza normativa.

Nuove e profonde modifiche stanno per essere varate in sede legislativa ed altri reati stanno per essere inseriti nell'elenco. Sarà il caso di approfittarne per ripensare ad un sistema normativo capace di andare più incontro alle esigenze delle pmi italiane?

Se n'è discusso nei giorni scorsi a Roma, in occasione di un convegno organizzato nell'ambito del Master in Procurement Management dell'Università di Roma-Tor Vergata, con la collaborazione di Dexia Crediop e di PricewaterhouseCoopers.

Al convegno si è riflettuto sul primo decennio di attività e sulla strada migliore per rendere sempre più efficiente il decreto legislativo.

Mario Sarcinelli, presidente di Dexia-Crediop ha aperto il convegno con dei chiari interrogativi: «È auspicabile continuare ad aggiungere nuove funzioni specializzate ad esistenti funzioni di controllo lato sensu? Non si irrigidisce la struttura amministrativa i cui costi, quindi, diventano sempre meno comprimibili? Si è sicuri che il proliferare di tali funzioni non aumenti i conflitti all'interno di un'organizzazione?… Forse si sta esagerando. O no?».

Da più voci è emersa l'esigenza di estendere e di rendere obbligatoria la previsione di un idoneo modello organizzativo di gestione e controllo a tutte le medie e grandi aziende private e pubbliche.

Dal punto di vista delle entità produttive di dimensioni più ridotte, rappresentate da Giuseppe Gori, presidente del Comitato Confindustria per le piccole e medie imprese del Lazio, due grandi mostri rendono ostile l'ambiente in cui operano le pmi: la burocrazia e la mancanza di controlli.

Secondo Gori: «in un paese come il nostro in cui il 60% del Pil è prodotto da piccole imprese, dove il 90% delle aziende ha meno di 10 addetti ed il 75% delle imprese è a conduzione familiare, bisognerebbe necessariamente pensare ai piccoli prima di produrre nuova normativa.

Si deve tenere ben presente che non tutti i problemi si possono risolvere con gli stessi metodi, soprattutto quando ci si trova di fronte ad imprese di dimensioni estremamente differenti».

«La mancanza di controlli adeguati», continua Gori, «ha generato, in questi dieci anni, imprese a due velocità: quelle che per senso etico si sono adeguate alla normativa, e quelle che invece hanno preferito non conformarsi alla legge 231, pur di non sostenere gli alti costi necessari. Paradossalmente, proprio queste ultime sono diventate più competitive rispetto alle imprese virtuose».

Ecco quindi spiegata la necessità di inserire nella norma dei meccanismi premianti, che al contrario dall'attuale sistema sanzionatorio, pur in mancanza di un enforcement adeguato, siano comunque capaci di riequilibrare la suddetta situazione.

Sulla stessa linea d'onda anche Nicola Nicoletti, partner advisory retail & consumer consulting leader di PricewaterhouseCoopers, che condivide l'intento primario della c.d. proposta Arel, volta a riequilibrare il rapporto costi/benefici collegati all'adozione di un Modello 231, fornendo maggiori certezze circa i requisiti attesi, specialmente riguardo alla definizione degli enti di piccole dimensioni.

Secondo Nicoletti: «le modifiche proposte muovono dalla convinzione che il meccanismo dei modelli non abbia sinora dato i risultati sperati. Gli enti, anche a causa degli elevati costi economici e degli impatti burocratici derivanti dall'adozione dei modelli, hanno sovente omesso di predisporli o ne hanno predisposti di inadeguati. La concreta applicazione della norma ha evidenziato un ricorso massiccio a perseguire comportamenti fallaci senza ricompensare comportamenti virtuosi, quando invece bisognerebbe puntare molto di più sui meccanismi premianti».

Alla base delle riflessioni sulla 231 deve esserci la concretezza, come ha sottolineato Bruno Giuffrè, socio responsabile del dipartimento di contenzioso di Dla Piper in Italia e presidente dell'Aodv231, l'Associazione dei componenti degli organismi di vigilanza: «occorre, infatti, registrare che in dieci anni di progressi ce ne sono stati molti. Tutti gli attori coinvolti hanno svolto un lavoro egregio, che spesso però ha riguardato più una 231 ideale che reale.

Ora è necessario concentrarsi sull'esperienza acquisita nello scorso decennio ed utilizzarla per affrontare al meglio le problematiche dell'attuale normativa. Ci sono molti aspetti di questa legge che devono ancora essere approfonditi, bisogna spendersi di più su quello che è oggi questo decreto: una norma incentrata sulla salvaguardia della libertà d'impresa, fondamento costituzionalmente riconosciuto».

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