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“Serve l’aiuto pubblico sui crediti deteriorati e meno regole dalla Ue”

La tempesta di Brexit caduta sulle banche italiane ha trovato Unicredit più attrezzata, con la nomina del nuovo ad. Ma il mare resta crespo, alla vigilia degli stress test dell’Eba che potrebbero preludere all’intervento pubblico in Mps.
Presidente Giuseppe Vita, toccherà davvero allo Stato salvare Mps e il credito nazionale?
«Può anche darsi che si trovi una soluzione tutta privata per il rilancio di Mps. Ma quel problema è il più acuto e immediato, mentre abbiamo davanti una serie di dossier da risolvere. La matrice comune è la quantità di crediti in sofferenza delle banche italiane, che credo sia meglio risolvere con l’intervento dello Stato. Non ci fu in passato, ci può benissimo essere oggi».
Ma come? Oggi le norme comunitarie vietano al capitale pubblico di entrare in banca senza prima “perdite private”.
«Quando a gennaio fu introdotto il “bail in”, si doveva prevedere una fase transitoria, per consentire ai paesi che non avevano aiutato le banche di pareggiare il conto con gli altri. Come logica è ferrea, anche se da un punto di vista tecnico-legale oggi servono eccezioni. Ma credo che quelle previste dalla direttiva Brrd sul bail in e quelle sancite martedì dalla Corte europea sulle banche slovene siano più che sufficienti ».
Perché le banche italiane hanno perso oltre metà del valore nel 2016?
«Credo ci sia un problema di regole. Il crollo visto in Borsa non è legato al fatto che le banche generano meno utili: ma al fatto che molti investitori istituzionali puntano su altri settori oggi più remunerativi. Qui il ruolo dei regolatori è fondamentale: non si capisce a cosa serva l’enorme liquidità che la Bce cerca di far giungere ai cittadini, se poi regole sempre più stringenti rendono nei fatti più difficile il sostegno delle banche all’economia».
È un compito della lobby o della politica? Sembra che la Bce abbia detto a Mps — inviando, alla vigilia del voto su Brexit, la bozza con cui chiedeva di tagliare 10 miliardi di sofferenze — che non si occupa di ricadute sociali e politiche delle sue decisioni… «È un problema di tutte le parti in causa. Ma alla fine è la politica che deve indicare la direzione. Ci vuole un accordo politico, a cominciare dalla Germania, per allentare parametri troppo rigidi e far ripartire l’economia».
Lei è anche presidente dell’editore Axel Springer e conosce bene Angela Merkel e la Germania. Si sono pentiti della severità su banche e conti pubblici?
«I tedeschi cominciano a rendersi conto che non si può andare avanti con l’austerità costi quel che costi. Wolfgang Schäuble sta aggiustando il tiro, Merkel era già più che pronta a farlo. Ma c’è l’ostacolo delle elezioni politiche tedesche, l’anno prossimo, in cui la Cancelliera deve rimettersi in gioco. E così sarà in Francia per Hollande. Purtroppo l’Europa soffre di elettoralite cronica, per le tante consultazioni che frenano l’attività politica. La si potrebbe risolvere con una vera Unione politica, che non si può fare in 28 paesi: bisogna iniziare con pochi volenterosi, tra cui Germania, Francia, Italia, che completino l’integrazione fiscale e bancaria, fino a quella politica in cui avremo una sola consultazione».
Ma non sorgerebbe un’Europa a due velocita?
«Tanto abbiamo già diverse velocità: abbiamo l’Unione europea, Schengen, l’unione bancaria, l’euro, tutto a geometria variabile. Invece, come ormai sa bene Angela Merkel, nel mondo globale la concorrenza è tra continenti, non tra Stati».
Dopo il golpe di Ankara avete perso il momento per vendere Yapi Kredi?
«La nostra presenza in Turchia è sempre stata un fattore di successo. Abbiamo sempre detto che le attività in Europa centrale e orientale sono per noi strategiche ».
Anche se per coltivarle Unicredit paga il dazio del capitale supplementare chiesto alle banche sistemiche?
«C’è piena identità di vedute tra me e l’ad Jean Pierre Mustier a riguardo. Anche lui è convinto che Unicredit è una banca europea con solide radici in Italia. Sarebbe sbagliato rinunciare al nostro status di banca paneuropea. Che ogni tanto ci crea dei problemi ma ci dà anche molte soddisfazioni ed è un punto di forza».
Può fare un bilancio della complessa sostituzione dell’ad Ghizzoni?
«È stato un processo abbastanza difficile, perché richiedeva massima trasparenza e riservatezza (anche di qui le critiche della stampa). Con la scelta, unanime, di Mustier abbiamo ottenuto più obiettivi: è uno dei migliori banchieri europei, conosceva Unicredit a menadito e ha potuto mettersi subito al lavoro. Il comitato nomine ristretto, ha selezionato un numero importante di candidati, poi scesi a una decina, e su questi ci siamo concentrati».
Unicredit va verso una revisione della governance. Come diventerà il cda?
«Per rispecchiare il nuovo azionariato e le richieste Bce dovremo ridurre il numero dei consiglieri (già scesi da 23 a 17) a 15, con gli indipendenti in maggioranza, un 30% alle quote rosa e almeno 4 esperti del settore. Sarà una quadratura del cerchio non semplice, da compiere entro l’assemblea 2018».
Quando lei si ricandiderà?
«Già quando fui chiamato alla presidenza Unicredit, nel 2012, avevo 77 anni. Mi pare opportuno ringiovanire un po’ i vertici, anche perché il lavoro di presidente ormai è sempre più impegnativo e a tempo pieno. Come anche quello dei consiglieri».

Andrea Greco e Giuseppe Vita

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