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Sequestro senza scorciatoie

Il decreto di sequestro preventivo nei confronti di un contribuente indagato per reati tributari non può limitarsi a richiamare l’istanza del pubblico ministero e l’informativa della Guardia di Finanza, altrimenti risulta privo di motivazione e pertanto illegittimo. A precisarlo è la Corte di Cassazione, sezione Terza penale con la sentenza n. 72 depositata ieri
Il Gip, su richiesta della Procura della Repubblica disponeva il sequestro preventivo di alcuni immobili di proprietà di una persona indagata tra l’altro per dichiarazione infedele, quale amministratore di una società cooperativa,.
In particolare era contestato, in concorso con altri amministratori e legali rappresentati succedutisi negli anni, l’evasione per alcuni periodi di imposta di diverse centinaia di migliaia di euro di Iva. Da qui la contestazione di dichiarazione infedele e la richiesta di sequestro preventivo dei beni, poi disposta dal giudice delle indagini preliminari.
Il provvedimento cautelare veniva impugnato direttamente per cassazione dall’interessata la quale, in estrema sintesi, lamentava la totale assenza sia del fumus, sia del periculum in mora, nonché l’assoluta carenza di motivazione dell’atto
A sostegno della tesi difensiva era evidenziato, tra l’altro, che il provvedimento di sequestro si componeva soltanto di 15 righe riservate alla motivazione, risolvendosi il tutto in un implicito richiamo della motivazione del pubblico ministero in sede di richiesta di emissione della misura. Non vi era, secondo la tesi difensiva, alcuna valutazione ed elaborazione critica dell’adeguatezza del provvedimento
Relativamente, invece, al periculum in mora la motivazione era ritenuta apodittica ed apparente risolvendosi nel mero richiamo al testo della norma senza alcun riferimento al caso concreto. I giudici di legittimità hanno ritenuto il ricorso del contribuente fondato e quindi meritevole di accoglimento.
In particolare, secondo la Suprema Corte, il decreto di sequestro è risultato del tutto privo di motivazione quanto all’effettiva sussistenza dei presupposti necessari per l’adozione della misura cautelare
Ed infatti, quanto al fumus, nel provvedimento il giudice si è limitato a richiamare l’indagine di natura fiscale in corso nei confronti di alcune società, dalla quale sarebbero emerse condotte finalizzate alla violazione delle norme in materia di Iva e di imposte sui redditi con grave danno per l’erario.
Ma tali condotte non erano state descritte in quanto il Gip si limitava a questo proposito a rinviare all’istanza del pubblico ministero ed all’informativa della Guardia di finanza.
Relativamente invece alla sussistenza del periculum in mora, necessaria per disporre il sequestro sui beni degli indagati, il Gip ne giustificava la necessità facendo un generico richiamo al testo normativo (articolo 322 Codice di procedura penale), non indicando specifici elementi atti a dimostrare in concreto la sussistenza dell’anzidetto pericolo
Alla luce di tali circostanze, la Suprema Corte ha ritenuto il provvedimento motivato soltanto in modo apparente. Da qui, la decisione di annullarlo senza rinvio, disponendo nel contempo la restituzione di quanto sequestrato agli aventi diritto.

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