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Sequestro per equivalente ai soci

Anche se la società è estinta, il sequestro sui beni dei soci per importi superiori a quelli riscossi in sede di liquidazione è legittimo in quanto, ai fini penali, non ha rilevanza la disciplina societaria, ma il profitto del reato, costituito dal risparmio di imposta che può essere esteso ai soci sotto forma di sequestro per equivalente. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Cassazione con la sentenza 24960 depositata ieri
Nei confronti di alcuni soci di una società estinta era ipotizzato il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (articolo 11, Dlgs 74/2000). In particolare, da quanto desumibile dalla lettura della sentenza, erano poste in essere alcune operazioni volte allo svuotamento delle casse societarie, con la successiva stipula di un fittizio atto di cessione di azienda ad un’impresa terza. Veniva così disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sui beni dei soci.
A seguito della conferma della misura cautelare da parte del Tribunale del riesame, la difesa ricorreva per cassazione evidenziando l’illegittimità della pronuncia che non aveva considerato l’articolo 2495 del codice civile. In particolare, in base a tale norma, dopo la cancellazione della società, i creditori sociali non soddisfatti possono far valere i loro crediti nei confronti dei soci, fino alla concorrenza delle somme da questi riscosse in base al bilancio finale di liquidazione.
Nella specie le somme percepite dai soci era di gran lunga inferiori al valore dei beni sottoposti a sequestro con la conseguenza che la misura cautelare doveva essere rideterminata in quanto, in ogni caso, il debito vero l’erario, da parte dei soci stessi, non avrebbe superato dette somme. Veniva poi ricordato che dal momento della cancellazione dal Registro imprese, l’ente perde la propria personalità giuridica e quindi diritti e doveri, a prescindere dall’eventuale esistenza di rapporti non definiti. Sul punto, peraltro si evidenziava anche l’intervento delle Sezioni Unite secondo le quali la cancellazione comporta l’estinzione delle società di capitali ed i soci subentrano nei rapporti debitori e creditori.
La Suprema Corte ha respinto il ricorso. Relativamente alla eccepita violazione dell’articolo 2495 del codice civile da parte del tribunale del riesame, che non aveva ridotto l’importo sequestrato in misura corrispondente a quanto percepito dai soci in sede di liquidazione, ha ritenuto inconferente la richiesta di applicazione della disciplina societaria. Secondo i giudici di legittimità, non rileva infatti il credito erariale vantato dallo Stato, quanto il diritto all’apprensione, in via cautelare, di somme costituenti il profitto del reato, corrispondente al risparmio d’imposta, che può essere esteso ai soci sotto forma di sequestro per equivalente nel caso in cui non sia possibile apprenderlo presso la società. Non emerge dalla sentenza se i soci avessero tratto beneficio dagli illeciti tributari ascrivibili alla società. Nel caso non vi fosse tale prova, l’interpretazione appare molto rigorosa in quanto il socio finirebbe per rispondere in proprio di somme e/o utilità che non ha mai percepito.

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