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Sequestro di fatture più ampio

Il concetto di «operazioni di polizia» va inteso in senso ampio. Tanto da comprendere le attività caratteristiche della polizia giudiziaria che non richiedono una particolare organizzazione o lo svolgimento di incombenze complesse. È pertanto legittimo il sequestro di fatture false nell’ambito di un ordinario controllo. Lo puntualizza la Corte di cassazione con la sentenza n. 46233 della Terza sezione penale depositata ieri. La pronuncia ha così respinto il ricorso presentato dalla difesa di un uomo accusato del reato previsto dall’articolo 8 del decreto legislativo n. 74 del 2000 per avere emesso, con l’obiettivo di permettere l’evasione fiscale a favore di un’azienda, due distinte fatture per operazioni inesistenti per un importo complessivo di circa 220mila euro. Le fatture erano state rinvenute dalla polizia giudiziaria dopo una perquisizione a seguito di un ordinario controllo stradale senza posto di blocco.
Tra gli argomenti sostenuti dalla difesa c’era soprattutto l’illegittimità della perquisizione: le prove ottenute sarebbero cioè inutilizzabili perché riscontrate in maniera illegittima. La perquisizione in quelle circostanze non può, sottolineava la difesa, rientrare nel normale perimetro delle operazioni di polizia, tanto più poi che l’atto aveva condotto a ritrovare non armi, esplosivi o strumenti di effrazione, ma documentazione contabile.
La Corte di cassazione ha però respinto il ricorso, partendo dalla norma, l’articolo 4 della legge n. 152 del 1975, che permette alla polizia giudiziaria, nel corso di operazioni di polizia e in casi di eccezionale gravità e urgenza che impediscono un tempestivo provvedimento dell’autorità giudiziaria, di procedere oltre che all’identificazione anche alla perquisizione sul posto di persone sospette. Con l’obiettivo di accertare l’eventuale possesso di armi, esplosivi o altri strumenti di effrazione. In questi casi, la perquisizione può anche essere estesa al mezzo di trasporto.
Di fronte alle obiezioni della difesa, la Cassazione sposa però un’interpretazione ampia della norma, tale da comprendere quegli interventi indirizzati alla conservazione dell’ordine pubblico, dando così il via libera anche a perquisizioni durante lo svolgimento di altre attività di polizia se la situazione è sospetta. Non si tratta però dello sdoganamento, si preoccupa di precisare la Cassazione, di perquisizioni indiscriminate: restano fissi i limiti della norma (condizioni di urgenza, impossibilità di intervento dell’autorità giudiziaria, ricerca di materiale ben identificato). Inoltre va tenuto presente che la magistratura interviene comunque a a convalidare l’atto e che la persona interessata può fare ricorso a tutti i rimedi giurisdizionali previsti dalla legge.
La conclusione della Cassazione è allora coerente con questa premessa. La perquisizione è senz’altro legittima e a provarlo ci sono le circostanze in cui è avvenuta. L’atto infatti è stato eseguito nell’ambito di un controllo stradale sui mezzi in transito predisposto dalla polizia; l’indagato era risultato senza patente di guida e altri documenti di identità e a un controllo in banca dati risultava avere avuto precedenti di polizia. Impossibile, vista la situazione, chiedere un immediato provvedimento all’autorità giudiziaria e irrilevante il fatto che nell’ambito della perquisizione non siano state trovate armi o esplosivo: la polizia giudiziaria non poteva ignorare le fatture come elementi di rilevanza penale occasionalmente accertati nell’ambito di un’iniziativa che aveva altri obiettivi.
Respinto anche il ricorso che sottolineava l’assenza di un difensore a tutta l’operazione e comunque il mancato avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere da un legale di fiducia. Non si tratta, ricorda la sentenza, di presenza necessaria. Non, almeno, quando si tratta di una perquisizione che, al contrario di quella disciplinata dal Codice di procedura penale, viene effettuata dalla polizia giudiziaria in condizioni oggettive di particolare necessità e urgenza.

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