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Sequestro dei beni all’«ex» che dribbla le spese di famiglia

Sì al sequestro conservativo sui beni del coniuge separato tenuto a rimborsare all’altro coniuge parte delle spese da quest’ultimo sostenute durante il matrimonio. Lo afferma il Tribunale di Palermo (giudice Giulio Corsini) in un’ordinanza depositata lo scorso 8 gennaio.
Il giudizio è stato promosso da un uomo contro la moglie separata. Il ricorrente ha esposto che durante il matrimonio erano stati aperti un conto corrente bancario e uno postale: nel primo confluiva il suo stipendio, utilizzato per le spese ordinarie della famiglia; nell’altro erano accreditate le entrate della donna per l’acquisto di una casa di villeggiatura. L’uomo ha quindi affermato di aver diritto al rimborso del 50% delle spese da lui sostenute in quegli anni: la moglie non aveva contribuito, come dimostrato dal fatto che la donna aveva accumulato un ingente patrimonio e lui aveva impiegato tutte le proprie disponibilità. Inoltre, la moglie aveva estinto il conto postale con due prelievi.
Di qui la richiesta al Tribunale di autorizzazione al sequestro conservativo (articolo 671 del Codice di procedura civile) delle somme che erano state depositate su un nuovo conto corrente, intestato solo alla donna. La quale ha dedotto di aver contributo alle necessità della famiglia con denaro che ogni mese le veniva versato in contanti dalla propria madre.
Nell’accogliere la domanda, il Tribunale ricorda che entrambi i coniugi sono tenuti, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia (articolo 143 del Codice civile) e ad adempiere agli obblighi di mantenimento nei confronti dei figli (articolo 316-bis dello stesso Codice). Di conseguenza, il coniuge che ha provveduto in via esclusiva alle necessità materiali della famiglia ha diritto al rimborso pro quota delle somme di danaro impiegate a quel fine.
Il Tribunale rileva che nel conto bancario erano intervenute «ripetute movimentazioni, anche di importi rilevanti, di cui alcune relative a esborsi certamente riconducibili ai bisogni della famiglia»; invece, nel conto postale «non risulta(va) alcun esborso di tal genere». Inoltre, la resistente non aveva provato di aver «ricevuto (e poi impiegato) mensilmente somme di denaro» a lei versate dalla madre, né, comunque, di avere adempiuto alle obbligazioni «discendenti dal rapporto di coniugio». Per il giudice di Palermo si può dunque affermare il fumus boni iuris del diritto del ricorrente a ottenere il rimborso di parte delle somme impiegate per i bisogni della famiglia. Inoltre, dopo la chiusura del conto corrente postale, sussiste il rischio che la resistente effettui altri atti che possono pregiudicare il soddisfacimento delle pretese della controparte.
Ragioni che inducono dunque il giudice ad autorizzare il sequestro conservativo del nuovo conto corrente sino a 45mila euro.

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