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Sequestrati 40 milioni ai manager La Procura pronta per il processo

La Procura di Siena stringe i tempi e non esclude di poter arrivare al giudizio immediato di quei manager del Monte dei Paschi che hanno gestito l’acquisizione di Antonveneta. Le verifiche procedono spedite, ma i pubblici ministeri Antonino Nastasi, Giuseppe Grosso e Aldo Natalini appaiono convinti di poter già arrivare in aula con gli elementi raccolti. E lo specificano nell’invito a comparire notificato la scorsa settimana all’ex presidente Giuseppe Mussari, all’ex direttore generale Antonio Vigni e agli altri manager che pianificarono il reperimento dei finanziamenti. Confermano le accuse e sequestrano i soldi, «proventi di illeciti» rientrati in Italia con lo scudo fiscale. Ben 40 milioni di euro tra contanti e titoli di proprietà degli ex vertici dell’area finanza – Gianluca Baldassari e il suo vice Alessandro Toccafondi – e di tre persone che li avrebbero aiutati ad effettuare operazioni speculative. Tutti accusati di associazione per delinquere finalizzata alla truffa. Per l’indagine che sta facendo tremare finanza e politica, una nuova giornata chiave, segnata dall’interrogatorio di Vigni che ha parlato per oltre sette ore e tornerà nei prossimi giorni.
Giudizio in tempi brevi
Nell’invito a comparire notificato venerdì scorso i magistrati, dopo aver elencato i capi d’imputazione, specificano agli indagati «che potrà essere presentata, previo avvertimento, richiesta di giudizio immediato ai sensi e per effetto del combinato disposto degli articoli 375 comma 3 e 453 del codice di procedura penale, i seguenti elementi e fonti di prova: documentazione acquisita, informative della Guardia di Finanza, note tecniche della Consob, note tecniche di Banca d’Italia, sommarie informazioni testimoniali».
L’accusa appare dunque convinta di poter chiudere almeno la prima fase dell’inchiesta, quella che vede coinvolti — oltre a Mussari e Vigni — anche il responsabile dell’operazione Antonveneta ora passato a Merrill Lynch, Marco Morelli; l’allora responsabile finanziario Daniele Pirondini; il capo dell’area legale Raffaele Rizzi. I reati contestati vanno dalle false comunicazioni alla manipolazione del mercato e riguardano tutto quel che avvenne dal momento in cui fu annunciata l’acquisizione della banca padovana al marzo 2009, quando fu convocata l’assemblea degli obbligazionisti e Mps accettò di fornire le indemnity, nonostante lo avesse escluso nelle informative agli organi di vigilanza e agli investitori.
Bloccati 40 milioni
Le verifiche effettuate dagli investigatori del Nucleo Valutario guidati dal generale Giuseppe Bottillo accreditano l’ipotesi che quella sequestrata ieri sia soltanto una parte del tesoro occultato dai manager dell’area finanza. Ben 40 milioni trasferiti all’estero e poi fatti rientrare in Italia grazie allo scudo. Diciotto milioni sono di proprietà di Baldassari, ritenuto in vero regista dell’operazione Antonveneta e indicato da un testimone come componente di quella banda che avrebbe percepito illecitamente il 5 per cento di ogni operazione effettuata per conto di Mps. Una decina di milioni di euro erano invece sui conti di Toccafondi, il suo fedele braccio destro. Il resto e’ stato trovato nella disponibilità di tre mediatori che si sarebbero occupati di effettuare compravendita di titoli e altre manovre finanziarie e speculative.
È la pista investigativa che porta a «Enigma Securities» la società fondata da tre italiani con sedi anche a Londra e Malta che si occupò di gestire le operazioni sui derivati Santorini e Alexandria. L’estate scorsa i magistrati hanno chiesto alla Finanza di acquisire decine e decine di documenti negli uffici milanesi, ipotizzando il reato di appropriazione indebita. I responsabili avrebbero infatti acquistato e venduto titoli sui mercati Otc (Over the counter), cioè non regolamentati, per conto di Mps e di sue controllate e collegate. In sostanza Enigma sarebbe stata usata come «schermo» per realizzare profitti illeciti da spartire con i manager di Mps. Il sospetto è che ciò sia avvenuto anche dopo l’acquisizione di Antonveneta con una «stecca» divisa con Baldassari e Toccafondi grazie agli investimenti sui derivati.
L’interrogatorio secretato
Proprio sulle procedure per ottenere i fondi necessari all’acquisto di Antonveneta si è concentrato l’interrogatorio di Vigni. L’ex direttore generale ha risposto alle domande dei pubblici ministeri e ha negato di aver mai compiuto illeciti, pero’ ha cominciato a fornire elementi che potrebbero rivelarsi importanti per aggiungere tasselli al quadro già emerso. In particolare Vigni si sarebbe concentrato sul ruolo di Baldassarri specificando che «fu lui a delineare tutti i dettagli dell’acquisizione, visto che gli aspetti tecnici erano esattamente le sue competenze e non certo quelle del direttore generale».
Il manager, nell’interrogatorio secretato avrebbe poi difeso la scelta di acquisire la banca a 9,3 miliardi, con una plusvalenza di ben 3 miliardi rispetto a quanto versato appena due mesi prima dagli spagnoli del Santander, «perché fu pagata 9 milioni e mezzo di euro a sportello, esattamente il prezzo di mercato dell’epoca». Pure rispetto all’accusa di aver mentito alla Vigilanza sul «Fresh» con Jp Morgan, Vigni ha escluso proprie responsabilità sostenendo che «Bankitalia era stata sempre informata e infatti a fronte dei loro rilievi abbiamo provveduto a modificare i contratti». Nella stanza dei pubblici ministeri è rimasto sette ore, ma siamo solo all’inizio.

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