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“Ma senza un accordo inglesi penalizzati: dazi e freni per la City”

«Il Regno Unito dovrà pagare decine di miliardi di contributi già previsti al bilancio europeo anche dopo la Brexit, dovrà garantire i nostri cittadini residenti nel suo territorio e non può pensare di negoziare i rapporti futuri con la Ue prima di un accordo su questi punti. Così come difficilmente la City potrà continuare ad operare in Europa senza un buon accordo complessivo». Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, dal suo ufficio al nono piano della sede brussellese dell’assemblea ha appena parlato al telefono con Theresa May. L’Europarlamento sarà la prima istituzione ad esprimersi sulla Brexit con una risoluzione che sarà votata mercoledì prossimo a Strasburgo e alla fine dei negoziati avrà il diritto di veto sull’intesa.

Presidente, come spera finiscano le trattative?
«Ci auguriamo vadano in porto e il Parlamento europeo possa esprimersi sull’accordo a inizio 2019. È importante che si arrivi ad una intesa chiara che dopo la Brexit consenta di mantenere buoni rapporti tra l’Unione e il Regno Unito, ad esempio su lotta a terrorismo e difesa, ma è chiaro che questo dipende anche dall’atteggiamento della controparte».

E se non si arrivasse a un accordo e ci fosse un’uscita disordinata?
«Questo è un rischio per tutti, ma penalizzerebbe di più la Gran Bretagna. Se esce senza intesa il Regno Unito sarà trattato come un qualsiasi paese terzo e i nostri rapporti saranno regolati dalle norme del Wto, il che prevede anche i dazi sulle sue merci».

E cosa succederà con la City?
«Una volta usciti i servizi finanziari britannici per operare nell’Unione dovranno ottenere un permesso da parte della Commissione, un passaporto simile a quello delle società svizzere che non penso possa essere concesso senza un buon accordo complessivo».

Cosa ha detto a Theresa May?
«Trovo positivo che garantisca il trattamento dei cittadini europei nel Regno Unito, ma non sono d’accordo con l’idea che si negozino insieme il divorzio e i futuri rapporti tra Unione e Gran Bretagna. Per noi i negoziati devono avere una scansione precisa: prima si regolano i termini dell’addio, poi si pensa al futuro. Inoltre non penso che un eventuale mancato accordo sul commercio debba influenzare negativamente la futura cooperazione su sicurezza e difesa».

Si preannuncia un negoziato duro.
«Le trattative non saranno facili, oltre alle scelte politiche sono centinaia i dossier tecnici da affrontare».

Ci sono anche i rapporti finanziari e il trattamento dei cittadini europei residenti nel Regno Unito.
«I contributi al bilancio programmati arrivano fino al 2020 e quei soldi la Gran Bretagna dovrà versarli anche dopo la Brexit. Londra dovrà anche rispettare i diritti dei nostri cittadini fino al divorzio. Fino all’uscita il Regno Unito resta un Paese Ue e deve rispettare tutte le regole comunitarie così come non potrà stringere accordi separati con gli stati europei. Questo vale anche per il dopo, quanto meno sulle materie che saranno oggetto dell’accordo, come il commercio».

A proposito dei contributi britannici al bilancio Ue, il conto per Londra sarà di 60 miliardi?
«Diciamo che la Brexit gli costerà decine di miliardi. Come detto, dovranno pagare tutti gli impegni presi fino al 2020 e oltre».

Cosa sarà dei funzionari britannici che lavorano nelle istituzioni europee?
«Dipende da Londra, se continuerà a pagare i loro stipendi e le loro pensioni anche dopo la Brexit non vedo problemi».

Come si schiera sul referendum scozzese?
«È una questione interna, ma se ci sarà un voto per l’uscita della Scozia il suo ingresso in Europa dovrebbe essere negoziato come quello di qualsiasi Paese, anche se dovesse avvenire prima della Brexit».

Il futuro dell’Irlanda del Nord preoccupa molto: che soluzione auspica?
«Per noi il punto fondamentale è preservata la pace. Poi, in ossequio agli accordi del Venerdì Santo, chiediamo che non ci sia una frontiera che torni a spezzare in due l’isola. Tuttavia ci vorrà un controllo delle merci per tutelare la salute dei cittadini europei e i rapporti commerciali: la Gran Bretagna non può diventare la porta tramite la quale, attraverso la frontiera irlandese, entrano da noi prodotti nocivi o si aggirano i dazi Ue imposti ad altri Paesi».

Alberto D’Argenio

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