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Senza scudo tassi italiani al 6,5%

Senza la rete di sicurezza delle Omts, senza cioè la possibilità che la Bce possa acquistare i titoli di Stato italiani con vita residua tra uno e 3 anni sul secondario (se l’Italia chiedesse e ottenesse l’aiuto dell’Esm), il rendimento del BTp decennale rischierebbe di tornare al livello del luglio 2012, attorno al 6,5%: per poi schizzare a quota 7% oppure 8%, come nel novembre 2011, nel caso di un peggioramento dell’andamento dell’economia in un contesto politico sempre più incerto e un debito/Pil che non scende sotto il 130 per cento. A tanto si avventuravano ieri alcuni strategist e trader che operano sul mercato dei titoli di Stato italiani, nell’ipotesi – per la verità puramente accademica – di un’Eurozona senza le Outright monetary transactions della Bce.
Il rendimento dei BTp decennali ieri è tornato al 4,45%, portandosi ben lontano da quel 3,73% toccato agli inizi di maggio quando si era riposizionato sui livelli minimi dell’ottobre 2010. La risalita di questi giorni risente soprattutto dei cattivi dati sull’andamento dell’economia che sta andando peggio del previsto quest’anno, in Italia ma non solo, e anche per l’arrivo delle aste di metà mese: oggi BoT a 12 mesi per 7 miliardi, domani BTp e CcT tra 5,5 e 8 miliardi. I BTp tuttavia risentono negativamente in parte anche dell’avvio ieri dell’udienza sulle Omts presso la Corte costituzionale tedesca: ai titoli di Stato italiani non può di certo far bene una discussione nel primo Paese core nella zona dell’euro che potrebbe allentare, anche se di misura, le maglie già non strettissime della rete di sicurezza fornita dalle Omts. Per iniziare, la portata dello strumento.
La potenza deterrente del “bazooka” di Mario Draghi, ovvero la possibilità che la Bce acquisti sul secondario titoli di Stato per ripristinare i meccanismi di trasmissione della politica monetaria, è data dalla mancanza “ex ante” di un importo quantitativo, come recita il comunicato della Bce del settembre 2012. Le banche centrali mettono in fuga la speculazione proprio perché, a differenza degli operatori di mercato, hanno una potenza di fuoco teoricamente infinita. Nel caso delle Omts, tuttavia, il fatto stesso che gli acquisti siano mirati a titoli governativi con vita residua tra uno e tre anni ne limita la portata, come ha sottolineato ieri il membro del direttorio tedesco della Bce Jörg Asmussen. Mizuho ha calcolato che lo stock dei titoli in euro in quella fascia e potenzialmente acquistabili orbita attorno ai 577 miliardi. Se l’Italia chiedesse oggi gli aiuti all’Esm e se, in totale autonomia e discrezionalità, la Bce decidesse di attivarsi sui titoli di Stato italiani in circolazione con vita residua tra uno e tre anni, potrebbe attingere da un bacino di BTp da 290 miliardi, di CTz da 56 miliardi, di BoT da 43 miliardi e di CcT da 55 miliardi circa (si veda tabella).
Il punto è però un altro. Non è solo la quantità dell’intervento Omts, quanto la qualità degli obiettivi a renderlo temibile agli occhi del mercato. Chi acquista in questo periodo i titoli di Stato italiani, di un Paese con debito/Pil al 130%, nel buio della recessione e dell’impasse politico e nel pieno dello stallo delle riforme strutturali per la crescita, confida sul fatto che l’Esm e la Bce in via congiunta, e con la consulenza dell’Fmi, sono pronti a intervenire per evitare che i problemi italiani (un’eventuale bancarotta italiana) rivitalizzino il “rischio di ridenominazione” e reversibilità dell’euro. L’Italia, se dovesse chiedere aiuto esterno, perderebbe parte della sovranità e verrebbe “commissariata” dalla condizionalità del soccorso esterno che imporrebbe una tabella di marcia rigorosa sul cammino delle riforme strutturali (per primo il mercato del lavoro ma anche le liberalizzazione dei servizi reclamate dal mercato): garantendo la tenuta dei conti pubblici.
All’Italia non conviene che l’efficacia deterrente delle Omts venga annacquata. Il costo della raccolta per il Tesoro da inizio anno è stato estremamente basso: il 2,11% in media tra gennaio e maggio. Senza Omts, gli operatori temono che le aste possano segnare nuovamente tassi di assegnazione tra il 6% e l’8%, rimettendo in pericolo la sostenibilità dei conti pubblici e il rifinanziamento del debito in scadenza. Uno scenario che neanche la Germania e i suoi risparmiatori possono permettersi: il rendimento dei Bund decennali è salito dall’1,16% del luglio 2012 (prima dell’annuncio sulle Omts) all’1,60% perché il rischio di disgregazione dell’unione monetaria si è ridotto e i titoli tedeschi rispondono ora meno alle logiche del bene rifugio e più alle aspettative sulla crescita e sui tassi al rialzo.

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