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«Senza regole non investiamo più»

«Senza regole certe, quello che annunciamo oggi sarà l’ultimo investimento», di Fiat in Italia. Proprio in occasione dell’annuncio di un investimento di Fiat e Peugeot nella fabbrica in Val di Sangro da cui escono i furgoni Ducato, Sergio Marchionne rilancia gli avvertimenti a politica e sindacati, criticando la recente sentenza della Consulta in tema di rappresentanza sindacale e invitando a «una specie di patto sociale che cancelli le distinzioni ideologiche tra le varie fazioni» per lavorare a un grande progetto di rilancio dell’industria in Italia.
Marchionne parla di un Paese che «per anni ha vissuto al di sopra delle sue possibilità, concentrato a distribuire ricchezze che diventavano sempre più scarse», e dice che «l’unico modo per risalire la china è tornare a produrre». Per questo servono «un grande sforzo collettivo» e «un piano di coesione nazionale per la ripresa economica». Per questo serve anche «una pace sindacale, perché è essenziale ritrovare uno spirito di collaborazione se vogliamo far ripartire lo sviluppo». In questa direzione va l’apertura alla Fiom: Marchionne ha risposto in pubblico alla lettera del giorno prima di Maurizio Landini che lo invitava a «superare le vie giudiziarie e costruire un confronto negoziale»: il numero uno del Lingotto ha aperto al dialogo ma ha avvertito che «non si possono mettere in discussione gli accordi presi dalla maggioranza».
L’incertezza è il tema ricorrrente del discorso di mezz’ora che il manager ha tenuto di fronte agli operai di Atessa e alle autorità. Un’incertezza «alimentata dalla sentenza della Corte costituzionale» sull’articolo 19 dello Statuto dei lavoratori; una sentenza, ricorda il manager, che «ribalta l’indirizzo espresso in numerose altre occasioni». «Fiat non ha fatto altro che applicare la legge in modo rigoroso», ha detto. L’incertezza è «insita nel nostro mestiere di imprenditori», ha amesso Marchionne, ma «non possiamo prenderci il rischio di un sistema che non garantisce norme certe». Tocca ora al Governo – ha poi detto Marchionne in serata a Torino – risolvere il problema e dirci come interpretare l’articolo 19. «Fino a che non ci saranno certezze non metterò più capitali di rischio in Italia».
La manifestazione allo stabilimento in Val di Sangro ha seguito il copione ormai consueto per queste occasioni, con l’amministratore delegato che ha fatto i complimenti alla forza lavoro, ne ha ricevuto vari applausi e ha fatto appello, da abruzzese, alla «tenacia radicata nella gente di qui»; non ha mancato però di osservare come «si registrino ancora, in alcuni momenti, livelli di assenteismo non in linea con le aspettative condivise». Ieri ad Atessa la Fiom non c’era – non è stata invitata, anche se i suoi rappresentanti sono presenti in fabbrica con le loro Rsa dopo la sentenza del tribunale di Lanciano. C’erano invece gli altri sindacati, i cui segretari hanno incontrato Marchionne. Anche a loro – ha raccontato Luigi Angeletti, segretario della Uil – il manager ha detto che senza certezze sul rispetto degli accordi non si può investire. Secondo Raffaele Bonanni, della Cisl, «gli investimenti a Mirafiori e a Cassino verranno, nonostante i profeti di sventura». A remare contro c’è anche il mercato, per il quale – ha detto Marchionne ieri – «speriamo di vedere il fondo entro i prossimi sei mesi».
Per ora ci sono gli investimenti ad Atessa annunciati ieri: Fiat e Peugeot investiranno 700 milioni in 5 anni per il rinnovo dell’impianto Sevel e della gamma dei furgoni che si producono qui; la quota di competenza del Lingotto è di 550 milioni, ovvero 110 milioni l’anno. La fabbrica di Val di Sangro, nata nel 1981, è con i suoi 6mila dipendenti ormai la più grande del gruppo Fiat in Italia. Continuerà la cooperazione con Peugeot? «Spero di sì – ha detto Marchionne -. I rapporti che ho io con Varin (numero uno del gruppo francese, ndr) confermano l’interesse ad andare avanti».

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