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Senza profitti il Toro non regge

A Wall Street tutti gli occhi sono puntati sui risultati di bilancio del secondo trimestre che le aziende americane stanno pubblicando in questi giorni. «Se non vediamo profitti migliori delle aspettative, questo rally durerà poco», ha detto Larry Fink, l’amministratore delegato di BlackRock, la società di gestione più grande al mondo.

I nuovi massimi storici raggiunti la settimana scorsa dai principali indici azionari — sopra 18.500 punti il Dow Jones (Djia) e sopra 2.160 lo S&P500 — sono stati salutati dagli investitori più con preoccupazione che con euforia. Il dubbio è che questo rialzo sia motivato più dalle speculazioni sugli effetti delle politiche monetarie delle banche centrali — il perdurare dei tassi di interesse al minimo o addirittura negativi — che non dai valori fondamentali dell’economia e delle imprese. E che quindi la Borsa di New York sia vicina a una forte correzione al ribasso, dopo oltre sette anni di Toro, che hanno visto il Dow Jones quasi triplicare dal minimo di 6.547 punti toccato il 9 marzo 2009 nel mezzo della Grande Recessione.

Lo scenarioTutti gli strateghi e analisti di Wall Street sono d’accordo solo su una previsione: che i prossimi mesi saranno molto volatili, cioè con forti saliscendi delle quotazioni. Il balzo all’insù della settimana scorsa è stato spinto dalle statistiche sui posti di lavoro negli Usa migliori del previsto, dall’ulteriore calo dei rendimenti dei Treasury bond (titoli di Stato Usa) e dai primi bilanci trimestrali migliori delle aspettative.

In particolare è piaciuto quello del gruppo bancario JPMorgan Chase, che ha registrato un calo del 2% dei profitti rispetto al secondo trimestre 2015 ma una crescita del 2,8% del fatturato, grazie all’aumento dei prestiti e del trading su bond e valute. Il mercato si aspettava di peggio e ha interpretato il robusto andamento del volume delle carte di credito e dei mutui come il segno che le condizioni dei consumatori americani sono in netta ripresa e quindi anche l’economia Usa è in buona salute.

Le stime degli analisti prevedono però una diminuzione del 5,3% dei profitti per la media delle 500 aziende dell’indice Standard Poor’s rispetto all’anno scorso: se si verifica, sarà il quinto trimestre consecutivo in calo, un fatto che non si verificava dal 2009. «Il rendimento dello S&P500 (variazione dei prezzi più i dividendi) dal precedente massimo del 2007 è stato del 60%: il triplo dell’aumento del prodotto interno lordo (la misura dell’intera economia) e dei profitti delle aziende in America — hanno fatto notare gli strateghi di BlackRock —. È un rendimento non sostenibile, perché alimentato soprattutto dai massicci buy back (riacquisto delle azioni proprie da parte delle aziende) e dall’aumento del rapporto prezzo/utili delle azioni, non dalla crescita assoluta dei profitti».

I programmiÈ vero che i programmi di buy back sono arrivati a livelli molto alti: nel solo primo trimestre 2016 le aziende americane hanno speso 161,4 miliardi di dollari per questo scopo — un record — impiegando così la grande liquidità accumulata, invece di investirla in nuove attività produttive. L’effetto è la diminuzione del numero delle azioni in circolazione e quindi un aumento matematico dei profitti per azione: lo stesso Fink, insieme ad altri gestori, da tempo denuncia questa pratica.

E mentre i profitti in assoluto non sono aumentati, anzi sono diminuiti, il rapporto prezzo/utili è salito a 25 rispetto a una media storica di circa 15, cioè i prezzi delle azioni sono rincarati. «Dopo la Brexit, gli investitori si aspettano un rallentamento della crescita economica globale e dei profitti aziendali, e quindi il permanere di tassi di interesse molto bassi — spiega sul suo blog l’economista della Università della California a Berkeley Brad DeLong —. Per questo accettano di pagare un p/u più alto».

La caccia agli affari riguarda in particolare le azioni con una storia di profitti stabili e in crescita, e con alti dividendi. «Questo tipo di azioni hanno ancora valutazioni relativamente attraenti e offrono un rapporto fra dividendi e prezzo superiore ai titoli di Stato», osserva Savita Subramanian, la responsabile delle strategie azionarie USA di Merrill Lynch-Bofa, che fra tutti i settori della Borsa americana raccomanda tecnologia, salute, telecomunicazioni e immobiliare.

Subramanian fa anche notare che l’umore del mercato è oggi prevalentemente pessimista, secondo l’ultima indagine di Merrill Lynch su dei consulenti finanziari, il che sarebbe un segnale di rialzo per Wall Street nei prossimi 12 mesi. Ma con le turbolenze geo-politiche mondiali e l’incertezza sulle elezioni presidenziali Usa a novembre, c’è il rischio – avverte la strategist – che l’indice S&P500 chiuda l’anno a quota 2.000, in ribasso del 7,5% dall’attuale massimo.

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