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Senza permesso 65 mila aziende

Roma In tutta Italia ci sono 65mila aziende che hanno già ripreso a lavorare pur senza avere alcun permesso. Imprese e negozi hanno chiesto alle prefetture di tornare in attività in deroga ai divieti, non hanno ottenuto risposta entro 30 giorni e hanno comunque riaperto. Il dato ufficiale del Viminale conferma le denunce fatte nei giorni scorsi dai sindacati e dimostra che in realtà per molti la “fase 2” dell’emergenza coronavirus è già cominciata.

Sono 105.727 le richieste presentate fino all’8 aprile. Di queste 2.296 sono state respinte e 38.534 sono in attesa di risposta. In tutto 64.897 hanno riaperto e il numero potrebbe essere anche più alto se si somma chi non ha voluto attendere il verdetto e intanto è ripartito. Ecco perché il governo già la prossima settimana potrebbe concedere un via libera ad alcune categorie che invece risultano adesso penalizzate. E perché ha deciso di affidare alla Guardia di finanza controlli e ispezioni che potrebbero concludersi anche con la sospensione della licenza. Troppo presi dalla corsa a tirare su la saracinesca molti titolari avrebbero infatti dichiarato falsamente di far parte della filiera alimentare o farmaceutica. E soprattutto non sarebbero in regola con le norme su distanziamento e dispositivi di protezione obbligatori per lavoratori e clienti.

Tra le industrie che avrebbero ricominciato a produrre ce ne sono alcune specializzate nella fabbricazione e distribuzione di attrezzi per l’attività fisica. E dunque cyclette, tapis roulant, panche, vogatori e tutto quello che serve alla riabilitazione di pazienti e anziani. La motivazione inserita nelle istanze trasmesse ai prefetti giustifica questa ripartenza proprio con la necessità di garantire le consegne nelle case di cura e di riposo, ma si tratta in molti casi di argomenti non fondati. Nell’elenco degli irregolari ci sono anche esercizi commerciali e piccole fabbriche che avrebbero addirittura provato inutilmente a riconvertirsi in pochi giorni e adesso rischiano la denuncia o la chiusura.

Saranno gli ispettori del Lavoro a svolgere i controlli sul rispetto delle norme che riguardano la distanza di un metro all’interno dei locali; l’utilizzo di mascherine, guanti e – quando necessario – tute e occhiali; la presenza dei dispenser per disinfettanti; l’ingresso scaglionato e il doppio percorso (entrata e uscita) per i clienti. Ma è stato deciso di delegare alla Guardia di Finanza le verifiche sulla documentazione presentata. La ministra dell’Interno Luciana Lamorgese, con la circolare firmata ieri dal prefetto Matteo Piantedosi ha affidato alla Finanza «riscontri dei documenti tramite le banche dati o svolgendo rilevamenti presso le sedi aziendali circa la veridicità del contenuto delle comunicazioni prodotte dalle aziende, avuto riguardo all’inclusione nelle categorie autorizzate» in modo da stabilire se ci sia effettivamente «l’esistenza della relazione economico-commerciale tra le attività d’impresa appartenenti alle varie filiere consentite». Chi non sarà in regola potrebbe anche subire la sospensione della licenza.

La richiesta

Imprese e negozi hanno chiesto alle prefetture di tornare in attività

Entro qualche giorno potrebbero invece riaprire regolarmente mobilifici, laboratori di falegnameria, alcune industrie tessili e della moda. Il governo è al lavoro per concedere nuove autorizzazioni dopo le cartolerie, le librerie e i negozi per la vendita di abbigliamento per neonati. La decisione potrebbe essere presa già lunedì 20 aprile. Nessuna deroga dovrebbe invece essere concessa fino al 3 maggio per quanto riguarda gli spostamenti delle persone e la riapertura di ville e parchi. Ci sono infatti due “ponti” festivi, troppo alto è il rischio che gli assembramenti vanifichino quanto fatto finora per abbassare l’indice di contagio R0. La data ufficiale per la “fase 2” rimane il 4 maggio.

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