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«Senza Monti niente piano Mirafiori»

di Luigi Offeddu

BRUGES — «Monti sta facendo un ottimo lavoro. E senza di lui, il nostro investimento di Mirafiori non sarebbe andato avanti». Sergio Marchionne, amministratore delegato di Fiat–Chrysler, parla di cose italiane davanti ai canali, ai cigni e ai salici di Bruges, dov'è venuto per un paio d'ore a tenere una conferenza per il Collegio d'Europa. Torino e anche Detroit sono lontane da qui, ma i loro echi arrivano, eccome. «Come va Monti, oggi?», chiede Marchionne a un gruppetto di giornalisti che lo attornia. Vuol dire: come va la trattativa sul mercato del lavoro per la quale sono stati annunciati entro oggi sviluppi cruciali? È presto, nessuno ha risposte. Qualunque sia l'esito, Marchionne indica però le difficoltà estreme del passaggio: la liberalizzazione del mercato del lavoro imporrà «una transizione molto dolorosa da un sistema arcaico, vecchio di 50 anni, che ha causato molte disfunzioni. Ma abbiamo bisogno di passarci in mezzo». Il perché, l'amministratore della Fiat lo aveva già indicato in un passaggio del suo discorso scritto, poi messo da parte: «Se non abbracciamo il cambiamento, rischiamo il nostro benessere futuro». E citando le parole rivolte dalla regina ad Alice, nel Paese delle meraviglie: «Ci vuole tutta la velocità nella corsa di cui sei capace, per mantenerti nello stesso posto. Se vuoi andare da qualche altra parte, devi correre almeno il doppio più veloce».
Si può immaginare una tabella di marcia per le ristrutturazioni? «Sì, 24 mesi, riducendo la capacità produttiva in Europa che oggi è in eccesso del 20%… Perché le nostre imprese sopravvivano in questo mondo globalizzato, devono essere messe in grado di ristrutturare. E devono avere la flessibilità nel lavoro che possa aumentare la produttività».
Ma non tutti saranno in grado di correre allo stesso passo, una volta compiuta la «dolorosa transizione»: «Ci sarà un impatto sull'occupazione, inizialmente — aggiunge Marchionne — andiamo verso questo. Ed è per questo che ci attendiamo una risposta dell'Europa. Nel tentativo di cambiare vecchie tendenze, ci vorranno cura e compassione per coloro che saranno stati sopraffatti e dislocati da forze globali che essi non hanno creato». Ma «cura e compassione» come, concretamente? «Ci vuole il welfare, non puoi buttarli via. E ci vuole, ripeto, una risposta europea».
Europa, però, significa anche i contratti sul libero commercio che Bruxelles ha firmato o sta per firmare con la Cina, l'India, la Corea del Sud, il Brasile, e altri Paesi. Accordi troppo sbilanciati, dicono da tempo Marchionne e altri produttori automobilistici europei, perché da un lato la Ue spalanca le sue porte, e dall'altra Seoul o Tokyo o Pechino innalzano barriere non tariffarie, imponendo le proprie regole di fabbricazione e impedendo così un accesso incondizionato ai propri mercati. La Ue pecca di ingenuità, dice più o meno Marchionne, rivolgendosi anche al commissario europeo al commercio esterno Karel De Gucht, che sta seduto al suo fianco: «Non sono un pollastrello, un ragazzino, o un bucolico: stando così le cose, noi non accederemo mai liberamente al mercato del Giappone o a quello dell'India. Il modo in cui la Ue ha negoziato con la Corea del Sud è un esempio di ciò che non bisognerebbe fare». Ma forse qualcosa sta cambiando: oggi la Commissione europea presenterà un regolamento sulla «reciprocità» negli appalti pubblici, per imporre alla Cina o all'India di assicurare alle nostre imprese le stesse condizioni offerte alle imprese cinesi o indiane in Europa.
 

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