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Senza flessibilità addio «buona» occupazione

A pochi mesi dal via, la riforma Fornero raccoglie quasi soltanto bocciature dalle aziende. E sono bocciature sonore, motivate dal fatto che il riordino della normativa sul lavoro non solo non ha portato benefici al mercato dell’occupazione, come era nelle sue intenzioni, ma ha posto ostacoli alle assunzioni. A essere penalizzata, insieme ai comportamenti elusivi, è anche la «buona occupazione» destinata a ricerca e innovazione.
Gli ostacoli non fanno distinzioni dimensionali tra le aziende. Anche un colosso dell’Ict come St Italia si trova, a causa dei nuovi lacci e lacciuoli posti agli ingressi, nell’impossibilità non solo di assumere nuovi dipendenti, ma anche di rinnovare i contratti a termine. Questo perché le disposizioni della riforma creano contratti troppo statici per un contesto dinamico e fondato sulla ricerca come quello di un’azienda leader nella microelettronica.
Ma i problemi non finiscono qui. Nell’esperienza di Manutencoop il problema è invece la nuova tassa sui licenziamenti, che ovviamente rappresenta un ulteriore deterrente alle assunzioni, nonostante le buone intenzioni delle aziende.
Anche i casi presentati sul Sole-24 Ore di ieri hanno evidenziato non poche difficoltà che le imprese si trovano ad affrontare: ad esempio, il peso contributivo troppo alto su contratti a progetto e part-time. Così c’è chi, pur avendo necessità di forze nuove nella propria azienda, è costretto al subappalto.

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