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Senza articolo 18 calano i licenziati, 80 mila in meno

ROMA Quando uno meno se l’aspetta ecco che ritorna il dibattito sull’articolo 18. E non tanto perché quest’anno si celebra il cinquantennale della legge 300, lo Statuto dei lavoratori, che, appunto, all’articolo 18 introduceva il diritto al reintegro nel posto di lavoro per gli addetti delle aziende con almeno 15 dipendenti licenziati senza giusta causa. Piuttosto se ne torna a parlare perché il tema del ripristino dell’articolo 18, cancellato definitivamente quattro anni fa con il Jobs act (ma solo per gli assunti dal 7 marzo 2015),è stato rilanciato in questi giorni da un vasto fronte, che va dai 5 Stelle a Leu alla Cgil. Eppure i dati dicono che con l’eliminazione del reintegro (tranne che sui licenziamenti discriminatori), sostituita da un indennizzo economico, i licenziamenti non sono aumentati. Anzi, sono diminuiti, così come il contenzioso.

La Cgil è quella che più si è battuta, per ripristinare l’articolo 18. Prima raccogliendo le firme per un referendum abrogativo delle norme del governo Renzi che hanno cancellato il diritto al reintegro (referendum non ammesso dalla Corte Costituzionale nel 2017 perché «manipolativo» e non semplicemente abrogativo) e poi depositando in Parlamento la proposta di legge di iniziativa popolare («Carta del lavoro») che ripristina l’articolo 18 e lo estende alle imprese con più di 5 dipendenti. Poi 5 Stelle e Leu ne hanno fatto argomento di campagna elettorale nel 2018. E adesso tornano alla carica, dividendo la maggioranza: contro non solo il partito di Renzi (Italia viva), ma anche del Pd.

Ora si possono ovviamente trovare argomenti sia pro sia contro la riforma attuata col Jobs act. Ma certamente i numeri dimostrano che essa non ha provocato quella ondata di licenziamenti temuta dai contrari. Lo dicono i dati dell’Inps esposti nell’Osservatorio sul precariato. Qui si legge che il «tasso di licenziamento (calcolato rispetto all’occupazione esposta al rischio ad inizio anno)» è costantemente calato: dal 6,5% del 2014 al 6,1% nel 2015, al 5,5% nel 2016, al 5,3% nel 2017 (ultimo dato disponibile). Nel 2018 i licenziamenti sono stati in tutto (per motivi economici e per motivi disciplinari) 790.826 (su un totale di quasi 7 milioni di cessazioni dal lavoro) contro 870.078 nel 2017 (quasi 80mila in meno). Il calo è continuato nei primi nove mesi del 2019: 557.455 contro 583.667 dello stesso periodo del 2018.

Crisi aziendali

Furlan (Cisl): «L’art. 18 non salva i 300 mila lavoratori coinvolti nelle crisi aziendali»

Inoltre, un recente studio dell’Inapp (istituto che fa capo al ministero del Lavoro) conclude che non si è neppure verificato l’effetto licenziamenti temuto sui contratti incentivati dal Jobs act una volta terminati gli sgravi. È inoltre diminuito il contenzioso: le cause intentate con procedimento ordinario presso i tribunali sono diminuite di circa il 30% tra il 2014 e il 2016.

È vero, invece, che c’è un problema che riguarda non tanto i licenziamenti individuali ma quelli collettivi, come sottolinea in particolare Leu. Ci sono state infatti diverse sentenze che hanno investito sia la Consulta sia la Corte europea di giustizia perché sono accaduti casi di licenziamenti collettivi dichiarati illegittimi dai tribunali dove i vecchi lavoratori hanno ottenuto il reintegro mentre quelli assunti dopo il 7 marzo 2015 solo l’indennizzo. Indennizzo sul quale, tra l’altro, è intervenuta la stessa Corte Costituzionale nel 2018, bocciando il rigido criterio di misurazione dell’indennizzo (2 mesi di stipendio per ogni anno di servizio) e restituendo ai giudici la decisione sul quantum (fermo restando il massimo di 36 mensilità). Sentenza che ha reso di nuovo incerto per le imprese il costo dei licenziamenti, col rischio di scoraggiare le assunzioni a tempo indeterminato.

I sindacati sono divisi. Netta la leader della Cisl, Annamaria Furlan: «La discussione sull’articolo 18 ci riporta al secolo scorso. Abbiamo 300mila lavoratori coinvolti in crisi aziendali, con l’articolo 18 non ne salviamo uno».

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