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Sentenze a impatto sui privati

Sentenze del Tar esecutive anche contro i privati. Il giudicato amministrativo può essere eseguito non solo contro una pubblica amministrazione, ma anche nei confronti di parti private coinvolte nel processo.

Il processo amministrativo allarga i suoi confini: il giudizio di ottemperanza può essere attivato anche nei confronti dei privati, essendo necessario riconoscere al giudice amministrativo la possibilità di garantire l’attuazione del giudicato senza distinzioni date dalla natura soggettiva della parte condannata.

È quanto ha stabilito il Tribunale amministrativo per la regione Puglia – Bari, con la sentenza n. 1410/2012.

Nel caso concreto un lavoratore si è rivolto al giudice amministrativo al fine di ottenere la liquidazione di alcuni compensi per attività svolte in favore di una società in origine pubblica, poi privatizzata. La condanna generica emanata dal tribunale amministrativo non è bastata al lavoratore, che ha dovuto rivolgersi allo stesso plesso giurisdizionale per chiedere l’ottemperanza della decisione precedentemente emessa.

La sopravvenuta privatizzazione della società condannata, però, ha comportato la declaratoria di inammissibilità del secondo ricorso per difetto di giurisdizione. Secondo il giudice amministrativo la giurisdizione sarebbe spettata al giudice ordinario. Tutto da rifare quindi.

Il tribunale civile, dal canto suo, ha negato, in contrasto alla pronuncia del Tar, la pretesa del lavoratore. Tuttavia, altro colpo di scena, la Corte di appello, in sede di gravame, si è ritenuta, così come il Tar, priva di giurisdizione.

La lite è quindi transitata innanzi la Suprema corte la quale, facendo ordine una volta per tutte sul farraginoso iter processuale, ha rimesso la questione al Tar, ritenuto l’unico giudice deputato a statuire sulla vicenda.

Il Tar, per la terza volta investito della vicenda, ha rigettato l’eccezione di inammissibilità del ricorso per intervenuta decadenza proposta dalla società. Al contempo, però, ha dovuto individuare il mezzo alternativo alla (decaduta) azione di cognizione per la liquidazione della condanna generica.

La soluzione cui è pervenuto il giudice amministrativo è stata quella di riqualificare la domanda, convertendola nel ricorso per l’ottemperanza del giudicato, il tutto – qui l’interesse della pronuncia – nonostante la natura privata della parte resistente.

In passato, infatti, la giurisprudenza amministrativa si è dimostrata piuttosto ostile all’esperibilità del giudizio contro i privati, ritenendolo attivabile solo in presenza di soggetti pubblici.

La sentenza, invece, ribalta l’orientamento negativo, dando contezza degli argomenti che militano per la tesi positiva, alcuni dei quali già si erano fatti avanti nella giurisprudenza del Consiglio di stato seppur con riferimento a questioni nelle quali, dal punto di vista soggettivo, vi era stata una mera successione fra enti (da pubblico a privato) nella titolarità di un determinato rapporto.

L’argomento principale a sostegno dell’ammissibilità del rimedio esecutorio ha carattere testuale, e risiede nel codice del processo amministrativo (dlgs 104/2010), ove all’articolo 112 si afferma che «i provvedimenti del giudice amministrativo devono essere eseguiti dalla pubblica amministrazione e dalle altre parti».

Secondo il Tar Puglia, detta disposizione avrebbe tre precise funzioni: anzitutto, codificare l’obbligo di esecuzione delle sentenze amministrative, facendo da «pendant» (per il giudicato amministrativo) con la antica disposizione contenuta nell’articolo 4 della legge 2248/1865, all. E, nella parte in cui pone l’obbligo per le amministrazioni di conformarsi al giudicato dei tribunali (ordinari); inoltre, osserva il Tar Puglia, la disposizione estenderebbe la declaratoria dell’obbligo di esecuzione delle decisioni anche alle «altre parti» (in ipotesi, anche private) che hanno partecipato al processo nel quale il giudicato si è formato; da ultimo, attraverso la lettura combinata con il secondo comma dell’articolo 112 c.p.a. tale da costruire un ponte logico tra le due norme, ritenere proponibile il giudizio di ottemperanza anche nei confronti di quei soggetti diversi dalla pubblica amministrazione, che sono comunque tenuti, giusto il disposto del primo comma, ad eseguire i «provvedimenti del giudice amministrativo».

Ci sono poi argomenti di principio: in particolare, così interpretato, il giudizio di ottemperanza sarebbe in grado di garantire quel principio di effettività della tutela (soprattutto nell’ambito della giurisdizione esclusiva) tanto enfatizzato dal nuovo codice di rito, principio che risulterebbe sensibilmente compresso laddove fossero paralizzati i poteri di intervento esecutivo del giudice amministrativo per il fatto che la mancata esecuzione del giudicato sia imputabile alla parte privata.

Infine, non deve dimenticarsi, come il giudice amministrativo non coincida con il «giudice dell’amministrazione», ma con il giudice dell’interesse legittimo (oltre che, in particolari materie, del diritto soggettivo) dal che non può che risultare costituzionalmente conforme l’attribuzione del compito di garantire l’attuazione del giudicato (ormai vero e proprio «diritto» della parte vincente, peraltro gestibile con i poteri della giurisdizione di merito ex articolo 134 c.p.a.), anche nei casi in cui l’obbligo di esecuzione gravi su una parte privata.

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