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Sentenza Fiat, i timori di Mirafiori

di Raffaella Polato

TORINO — Il punto è: gli accordi comunque non li riconosceranno, sul contratto faranno partire cause individuali. Maurizio Landini l’ha già detto. E dunque si capisce perché sabato sera, a sentenza appena letta, Sergio Marchionne abbia deciso: congeliamo tutti gli impegni d’investimento. Questo voleva dire il commento ufficiale Fiat, l’apparentemente meno brutale «riteniamo necessario procedere a un accurato esame per valutare l’impatto sulla praticabilità degli investimenti annunciati» . Perché certo, è un successo per il Lingotto e una sconfitta per la Fiom il verdetto, pronunciato da Vincenzo Ciocchetti, che legittima la newco di Pomigliano, gli accordi firmati con Fim, Uilm, Fismic, Ugl, soprattutto il «contratto auto» in deroga a quello nazionale. Ed è questo— lo sanno ovviamente anche in Fiat — lo snodo che conta davvero. Però non digeriscono, Marchionne e i suoi, il «comportamento antisindacale» . Intanto ci vedono, loro come i sindacati che invece il «modello Pomigliano» lo condividono, una contraddizione: se è la Fiom che rifiuta l'intesa, e se lo Statuto dei lavoratori dice che solo chi sigla può costituire le rappresentanze, dov’è l’antisindacalità? E poi: è vero che quella ordinata dal giudice è una riammissione «limitata» (dà diritto a indire per esempio assemblee e referendum ma non a sedersi al tavolo con l’azienda), però come si concilia con la decretata legittimità di Fabbrica Italia Pomigliano? E con la già proclamata «lotta continua» ? Sembrano distinguo da legali. O solo nuove scene dalla guerra di culture tra la Fiat (e gli altri sindacati) e la Fiom. Sono lo spartiacque che, in attesa delle motivazioni della sentenza e del loro «accurato esame» , ricongela gli investimenti. Non a Pomigliano: là il treno è partito, fermarlo significherebbe buttare a mare il grosso dei 700 milioni già spesi (e della Panda il Lingotto ha bisogno). Ma qui, Mirafiori e Grugliasco? Il «rischio dirottamento » è concreto. E infatti i più preoccupati dal verdetto di Torino stanno a Torino: sabato già in aula, la mattina, qualcuno evocava lo spettro di «un grande allarme sociale» . Sbaglierebbe, dunque, chi pensasse che il «congelo tutto» di Marchionne sia solo cinica strategia. O la solita reazione iperallergica alla Fiom che lo dipinge come killer di diritti e va avanti a tribunali. Volesse davvero solo tenere Landini fuori dalle fabbriche, la stessa sentenza potrebbe aiutarlo: se, come pare, non fosse esecutiva, fino al giudizio definitivo (e sarà Fiat a impugnare l’ «antisindacalità» ) le Rsa Fiom potrebbero restare teoria. Il punto è un altro. In pubblico e in privato Marchionne ha sempre detto: Fabbrica Italia può essere solo un obiettivo condiviso. A Pomigliano, a Mirafiori, a Grugliasco lo è: con la Fim, la Uilm, la Fismic, l'Ugl. Ma se rientra la Fiom, è il ragionamento, quali garanzie ho sulla «praticabilità degli investimenti» ? Sono miliardi, solo la «certezza delle regole e l'esigibilità degli accordi» possono consentire «i livelli di produzione che li giustificano» . È la linea di sempre. Accennata anche ieri nelle riunioni con i suoi. Convocate certo non «causa Landini » : sfogo d’ira, sì, ma le ventiquattr’ore passate a Torino— è tornato sabato pomeriggio dalla Cina, è ripartito in serata per gli Usa— la Fiom l’hanno solo sfiorata. C’erano i consigli Fiat del 25 e 26, in Brasile, da preparare. E quella «squadra unica» di manager che accompagnerà, prima o poi, la fusione con Chrysler. 

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