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Senato spaccato, Camera a Bersani in extremis

Instant poll, exit poll, proiezioni, scrutini: una pioggia di numeri si è riversata ieri sugli italiani ansiosi di capire chi li governerà nei prossimi anni dando vita a una delle giornate più drammatiche e caotiche vissute in occasione di elezioni politiche. Colpa di previsioni sballate ma anche di una situazione senza precedenti: il nuovo Parlamento nasce quasi morto perché manca una maggioranza in grado di formare il governo e per di più i tre principali gruppi (Pdl-Lega, Pd-Sel e M5S) escludono di poter stringere accordi.
Lo scenario ieri è cambiato più volte. Prima il centrosinistra in vantaggio, poi il centrodestra in testa e, a seguire, il testa a testa tra i due poli principali al Senato (da dove è cominciato lo scrutinio delle schede). Il film è stato diverso dalla sceneggiatura scritta dai molti sondaggi della vigilia e ha dato il finale forse più amaro, quello dell’ingovernabilità. Da una parte il Senato, bloccato dal gioco dell’assegnazione dei seggi a livello regionale e nessuna coalizione con i numeri per una maggioranza autosufficiente: il centrosinistra ha 121 senatori, il centrodestra 117, Grillo 54. Dall’altra la Camera con il premio di maggioranza che viene assegnato a Bersani per una manciata di voti. Uno scarto tanto esiguo da spingere il Pdl a chiedere in nottata al Viminale di non ufficializzare il risultato. «Mi accingo a chiamare il ministro dell’Interno», ha annunciato il segretario Angelino Alfano. «Invitiamo Alfano a non esasperare il clima negando la realtà» è la replica del Pd. Il ministero fa sapere che andrà avanti fino all’elaborazione dei dati definitivi: del resto quelli forniti sono sempre dati “ufficiosi” in attesa delle verifiche degli uffici elettorali della Cassazione.
È quindi stallo. Nelle montagne russe delle cifre quello che si è subito capito è che il Movimento 5 Stelle ha fatto il “botto”, per usare un’espressione del leader Beppe Grillo: primo partito alla Camera con il 25,5% circa. Segnali di un fragoroso esordio in Parlamento (meglio di Forza Italia che nel ’94 raccolse il 21%) ce ne erano stati parecchi. Le schede uscite dalle urne hanno confermato tutto: il M5S è il vero vincitore delle elezioni e si impone come terza forza del Paese (prima in diverse regioni), in un podio da condividere con le due forze tradizionali, Pd e Pdl. Che superano il nuovo movimento solo grazie alle coalizioni con altri partiti (Sel e Lega). «Aspettateci in Parlamento, sarà un grandissimo piacere» annuncia Grillo. I grillini saranno una squadra nutrita: più di 100 deputati e una cinquantina di senatori. Una componente parlamentare che è un grosso punto interrogativo sulla prossima legislatura.
Anche il Pdl, dal canto suo, può cantare vittoria. Per la verità i primi a mostrare sorpresa per le scelte degli elettori sono gli esponenti del Pdl. L’avversario e alleato di un tempo Pier Ferdinando Casini è il primo a riconoscere al Cavaliere di aver «dimostrato di esser imbattibile in campagna elettorale». A via dell’Umilità (sede del partito) si passa dalla cautela iniziale a un certo entusiasmo quando si capisce che a Silvio Berlusconi è riuscita una nuova rimonta. «Un risultato molto positivo, direi anche straordinario, del quale siamo molto soddisfatti» commenta in serata Angelino Alfano. Rispetto al 2008 il Pdl ha lasciato sul campo qualcosa come 16 punti: il partito esce parecchio ridimensionato, ma cinque anni sono un’era geologica. Anche la Lega vede praticamente dimezzati i suoi voti, ma l’alleanza ha retto in Lombardia: proprio l’obiettivo che aveva spinto il Cavaliere a cercare l’intesa con il Carroccio a ogni costo.
I numeri si sono rovesciati invece come acqua ghiacciata sull’entusiasmo dei democratici: per un partito che aveva l’impressione di una vittoria in tasca, si è riaffacciato l’incubo del ’94. E i dati che affluivano dalle regioni hanno assunto il sapore della sconfitta. A pesare la perdita della Lombardia ma anche della Campania e della Sicilia, dove i democratici sono terzi dopo i grillini. Alla fine il consenso per il centrosinistra è concentrato nelle solite “zone rosse” e nel Lazio, dove forse si può immaginare un effetto traino di Zingaretti (candidato alla regione nettamente in testa). Sul filo di lana viene invece recuperato il Piemonte che assicura il pareggio di seggi al Senato con il centrodestra: 117 a testa. Quando il quadro comincia a delinearsi, Stefano Fassina parla di «rischio di tornare alle urne» ma Enrico Letta corregge il tiro: a chi vince la Camera va «l’onere di fare le prime proposte al Capo dello Stato».
Nella categoria “vinti e delusi” va inclusa un’altra esordiente, la formazione di Mario Monti. Al Senato la lista unica è arrivata a ottenere appena una ventina di seggi, troppo pochi per essere decisiva nella formazione di una maggioranza; alla Camera, delle tre liste solo quella capitanata dal premier ottiene seggi. Udc e Fli restano a bocca asciutta.
Flop per Rivoluzione civile, la formazione guidata da Antonio Ingroia, dietro cui si era raccolta la sinistra radicale e l’Idv di Antonio Di Pietro. Tante forze, pochi voti: fuori dalla Camera (un magro 2%), esclusi dal Senato. Nessun acuto, neanche nelle regioni – Campania e Sicilia – dove le chance di affermarsi erano più alte. G Grande delusione anche per Fare per fermare il declino : 1,1% alla Camera. G«Immaginavamo un risultato diverso. Puntavamo al 4%, un 2 o 3% ci avrebbe visti soddisfatti» , G ha riconosciuto la coordinatrice Silvia Enrico, subentrata a Oscar Giannino dopo lo scivolone del giornalista Gsui suoi Gfinti titoli di studio.

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