Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Sempre meno rifugi per il portafoglio

Per i mercati finanziari il 2012 sarà l’anno della svolta? Difficile crederlo oggi, guardando al profluvio di dati macro poco confortanti e all’andamento ondivago delle Borse. Eppure c’è chi, autorevolmente, lo sostiene: «In Europa – spiega infatti Didier Saint-Georges, membro del Comitato di investimento di Carmignac Gestion – le prospettive economiche continuano a peggiorare su tutti i fronti sotto il peso delle pressioni finanziarie. Anche negli Stati Uniti si sta delineando, per il 2013, la minaccia di un inasprimento della pressione fiscale. Allo stesso tempo, però, il prezzo dell’immobiliare residenziale statunitense sembra avere raggiunto i minimi nel primo semestre dell’anno e la Fed conferma la sua determinazione a prolungarne il sostegno. Contemporaneamente in Cina, dopo due anni di brutale riassorbimento degli eccessi nel settore immobiliare, gli imprenditori ricominciano per la prima volta ad acquistare terreni e nuovi cantieri di edilizia residenziale iniziano a essere aperti. In Brasile, dopo un anno di calo ininterrotto dei tassi, quest’estate alcuni indicatori come il consumo di elettricità e la produzione di veicoli hanno ripreso terreno. In India sono state finalmente adottate, solo a settembre, più riforme di liberalizzazione dell’economia che negli ultimi tre anni.
Crisi come acceleratore globale di cambiamento, dunque, e proprio questo alimenta una lettura più confortante del contesto attuale. «Il 2012 – prosegue Didier Saint-Georges – prefigura forse l’inizio di una desincronizzazione dei cicli economici tra le principali regioni del mondo. L’investitore globale, reso più audace nel medio termine dalla rete di sicurezza ormai tesa dalla Banca centrale europea, può trovare in questo caso una buona occasione per mettere a frutto i capitali che fino a quel momento investiva solo in asset senza rischi e con rendimento nullo».
Scopriremo solo in futuro se le cose andranno veramente così. Nell’attesa, le delusioni inferte dalle asset class tradizionali bruciano e questo contribuisce ad alimentare l’eterna ricerca di asset decorrelati e protettivi. Compito arduo, che stimola la fantasia e spinge la ricerca di beni rifugio verso nuove frontiere. Che – meglio dirlo subito – possono essere pericolose e comunque non sono adatte a tutti.
Un buon esempio? Il legno. Non è molto noto, ma gli alberi crescono di valore in misura più che proporzionale rispetto all’aumentare del diametro del tronco. Una pianta con un tronco di 40 centimetri di diametro vale quattro volte di più di quella con un tronco di 20 centimetri. «Lo hanno capito in tanti – spiega Marco Degiorgis, consulente patrimoniale indipendente – e per questo, in un momento di grande incertezza economica, molti patrimoni guardano alla solidità di una bella piantagione come bene rifugio».
Non solo oro e mattoni, dunque. Ma si fa presto a dire legno: finchè si resta sul piano delle esercitazioni teoriche, nessun problema. Quando invece si scende sul pratico emergono i tanti aspetti critici. Quale legno scegliere? Come garantirsi che la produzione sia di qualità sufficiente da risultare commercialmente appetibile? Come trovare una soluzione che non comporti complessi problemi di gestione e lunghissimi tempi di attesa (almeno vent’anni)? La soluzione di molte difficoltà è rappresentata dalla sottoscrizione di fondi specializzati che investono in foreste di tutto il mondo, in alternativa all’acquisto diretto di terreni e alla loro piantumazione.
In ogni caso, allargando il discorso, chi si avventura nell’investimento in beni meno liquidi e usuali deve essere ben consapevole delle difficoltà a cui va incontro. «Alcuni beni rifugio – riprende Degiorgis – non sono divisibili e vendibili separatamente. Quasi tutti, tranne l’oro, non hanno una quotazione definita da un mercato regolamentato, ma il prezzo si realizza dall’incontro di domanda e offerta. Alcuni beni, come auto e quadri, hanno bisogno di spazi adeguati per la conservazione. Altri incorporano un elevato valore di manodopera all’acquisto, che però non è riconosciuto al momento della vendita. È il caso, per esempio, di molti gioielli e orologi. Infine, anche beni rifugio come sculture o dipinti sono soggetti alle mode, con l’eccezione degli oggetti d’arte più antichi».
La tabella a corredo dell’articolo, elaborata dallo Studio Degiorgis, riassume alcune caratteristiche e criticità delle principali categorie di beni rifugio. Si tratta, naturalmente, di una prima approssimazione al complesso universo degli investimenti difensivi, che non basta a risolvere la questione. Ma come può procedere chi decide, con tutte le cautele del caso, di avvicinarsi a questo mondo un po’ misterioso? Certo, è necessario farsi consigliare da esperti, ma quali? «Sicuramente – risponde ancora Degiorgis – non quelli che devono vendere l’oggetto, che sicuramente lo decanteranno come il miglior bene rifugio esistente». Meglio allora un perito, ma anche questa figura può non bastare: il tecnico saprà infatti stabilire il valore teorico del bene, ma probabilmente non sarà in grado di prevedere se l’investimento potrà mantenere o accrescere il suo valore nel tempo.
Una via d’uscita, ma ancora relativamente poco diffusa in Italia, può essere quella rappresentata dai consulenti indipendenti, che tra l’altro sono in grado di inserire la scelta di ogni asset in una pianificazione complessiva legata sia all’evoluzione dei bisogni sia al ciclo di vita dell’investitore.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

«La priorità oggi è la definizione di un piano concreto e coraggioso per fruire dei fondi dedicat...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Sempre più al centro degli interessi della politica, ora la Banca Popolare di Bari finisce uf...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il post-Covid come uno spartiacque. Le aspettative dei 340 investitori che hanno partecipato alla di...

Oggi sulla stampa