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I semi italiani fanno gola ai cinesi Il governo non si fida

Il pachino della Manciuria, le ciliegie di Guandong, le cime di rapa di Chengdu. Per ora è un bestiario ortofrutticolo di fantasia ma tra poco potrebbe avverarsi, se il governo non eserciterà i poteri di veto del “golden power” per evitare che la multinazionale cesenate Verisem sia ceduta ai colossi cinesi.
Il loro scopo è farne lo scrigno dei futuri ortaggi pseudo-italiani, come già intentato con altri prodotti celebri, come i vini di Bordeaux riprodotti sotto le dighe dello Yangtze. Purtroppo, il dossier arrivato giorni fa a Roma ha evidenziato che la versione rafforzata un anno fa della norma sulle attività strategiche non menziona le sementi, solo un generico «approvvigionamento di fattori produttivi e agroalimentare». Toccherà al ministro dell’agricoltura Stefano Patuanelli, investito mercoledì, valutare se la fattispecie sia a prova di giudice, e se chiedere al Consiglio dei ministri l’intervento.
La storia di Verisem, la holding internazionale nata sul telaio della srl Suba Seeds, è quella di tante imprese italiane che fanno fortuna. Fondata nel 1974 da Antonio Suzzi a Longiano, nel Cesenate, inizia come piccolo produttore di semi per frutteti domestici, ma in 20 anni si costruisce, anche con acquisizioni, una posizione internazionale, forte della varietà e qualità di frutta, verdura ed erbe aromatiche italiani. Nel 2012 Suzzi cede il 52% al fondo italiano Quadrivio, che valuta l’azienda circa 40 milioni e ne diventa socio finanziario. Per Suzzi i milioni sono fin troppi: tanto che regala il 48% restante a cinque suoi collaboratori, con l’impegno che portino avanti l’attività dopo di lui. Ma passano tre anni e si presenta un nuovo compratore.
Stavolta è il fondo Usa Paine & Partners, in mano un assegno da 80 milioni. Forse ai romagnoli balla un po’ l’occhio: vendono anche loro, insieme a Quadrivio, conservando solo il 6% del nuovo gruppo americano. Intanto l’azienda prospera, si compra altri rivali (è ormai un venditore all’ingrosso in 117 Paesi, con clienti come Coldiretti) e arruola dirigenti esteri. Siamo al 2021. Sarà che a gennaio il fondatore Suzzi scompare, a soli 73 anni, per un infarto. Sarà che i fondi sono padroni mordi e fuggi, che fanno crescere le aziende per rivenderle e lucrare. Comunque il gruppo è tornato in vetrina, ed entro fine giugno il fondo P&P conta di ricevere le offerte vincolanti, per chiudere a settembre. Si stima una valutazione sui 150 milioni, con un pugno di acquirenti che hanno già manifestato interesse. I più agguerriti sembrano due colossi cinesi, tra cui Syngenta, che era già un gigante (svizzero) e nel 2017 fu comprata da ChemChina, una delle prime imprese pubbliche locali, che l’anno scorso l’ha accorpata all’agrochimica dell’altra statale cinese Sinochem, creando il primo gruppo mondiale.
In gara risultano anche il fondo sovrano cinese Cic, il fondo privato Usa Platinum equity, le rivali nei semi Corteva (Usa) e Dlf (Danimarca), e la cordata nascente tra Bonifiche Ferraresi e Fondo italiano d’investimento (controllato da Cdp). Ma l’offerta italiana pare la Cenerentola: perché i colossi cinesi valutano la preda su multipli molto superiori, per l’intento di mettere a leva e poi sfruttare globalmente i brevetti naturali di Verisem.
Sia in Cina, dove il settore agricolo è il più grande e sviluppato al mondo e non si contano le ricerche per trovare aree con caratteristiche minerali e chimiche in grado di replicare i migliori prodotti stranieri; sia in Africa, dove la Cina dispone di enorme influenza e altrettanta terra. Si dice dietro le quinte che Syngenta e Cic siano disposte a pagare anche 200 milioni per fare di Verisem il perno dei loro “falsi veri” ortaggi italiani, che in pochi anni soppiantino per gusto e prezzi gli originali. Che beffa sarebbe se il vettore di questa sostituzione fosse l’azienda nata nei frutteti romagnoli mezzo secolo fa.
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