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Semi biotech, tutti made in Italy

Semi biotech per soddisfare la crescente domanda di cibo, in quantità, ma anche di qualità, e in difesa del made in Italy. Per dare risposte alle esigenze di una agricoltura moderna, i ricercatori del Crea hanno messo a punto il progetto «ExpoSeed» su i semi edibili.

Il progetto sfrutta la tecnologia del «genome editing», in grado di guidare l’evoluzione dei geni attraverso l’introduzione di mutazioni mirate. «Occorrono strategie che sfruttino tecniche innovative e che siano di supporto alle colture, anche quelle tipiche del made in Italy», spiega Alessandra Gentile, commissario delegato del Crea. «L’Italia ha investito molto nella ricerca per sequenziare il genoma del frumento, ma oggi non ha il materiale da fornire agli agricoltori. Quello che ci chiedono lo prendiamo in giro per il mondo con il risultato che il materiale non è il nostro, quello della nostra tradizione, e che non è il migliore per il nostro ambiente. L’Italia ha un grande patrimonio genetico ma gli agricoltori sono costretti e introdurre varietà che non sono state selezionate nel nostro Paese. Per questo la ricerca è importante, per non disperdere la nostra varietà genetica e la nostra agrodiversità. La ricerca deve intervenire con le tecniche di biotecnologia per il miglioramento dell’agricoltura italiana».

Il progetto Exposeed, coordinato da Raffaella Battaglia con il centro di Genomica e Bioinformatica del Crea, intende introdurre mutazioni mirate nei geni che controllano lo sviluppo dei semi per migliorare le capacità produttive e le caratteristiche qualitative di soia, riso, orzo, frumento. «La gran parte dei semi che coltiviamo in Italia provengono da fuori, da Francia, Olanda, America. Bel il 95% del mais ma anche il 60% del grano tenero e il 55% del grano duro hanno semi che provengono dall’estero, così come le orticole o i pomodori per il ciliegino di Pachino che arriva da Israele», commenta Luigi Cattivelli direttore del Crea Genomica. «In Italia i semi non sono considerati un asset strategico. Si pensa al prodotto dop finale, ma non a ciò che lo produce. E così compriamo in Olanda o Israele che magari vengono da noi per la moltiplicazione dei semi, perché ci sono condizioni ideali, e poi lo riportano a casa loro, lo imbustano e ce lo rivendono». L’Italia ha investito soltanto in una parte della ricerca, quella della sequenzazione del genoma di alcune specie, come grano, pesca, vite e presto anche olivo. Ma poi non è andata oltre. «Evidentemente non riteniamo importante la proprietà intellettuale di quello che coltiviamo», continua Cattivelli. «Occorre invece investire in maniera moderna, in modo da trainare tutto il settore agricolo».

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