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Selettivo o universale, difficile il target di 250 euro per figlio

Novanta giorni per mettere a punto l’assegno unico e universale per chi ha figli. Parte in salita la difficile fase di attuazione della legge delega che ha ricevuto ieri l’ok a Palazzo Madama: per debuttare a luglio i tempi sono stretti, la riforma dovrà rispettare il tetto delle risorse disponibili e le questioni da definire non sono poche.

Sul piatto ci sono 20 miliardi di euro, di cui 12,9 derivanti dalla soppressione delle misure attualmente in vigore (in primis 7,8 miliardi dalle detrazioni fiscali per i figli a carico, ma solo quelle per gli under 21, e 4,7 miliardi dagli assegni al nucleo familiare per le famiglie con minori) e circa 6 miliardi di nuove risorse stanziate con le ultime leggi di Bilancio.

Difficile immaginare, stando alle prime simulazioni, che con queste risorse si arrivi a poter garantire in modo universale fino a 250 euro a figlio. Inoltre, nella fase attuativa bisognerà stare attenti che il riordino non penalizzi alcuni nuclei: il passaggio al nuovo assegno sarà sicuramente un beneficio per circa 440mila famiglie oggi non raggiunte (tra cui gli incapienti ai fini Irpef per le detrazioni fiscali e i lavoratori autonomi scoperti dagli Anf), ma non è detto che per tutti l’operazione porti a un guadagno.

A studiare l’impatto della riforma, su una platea di 7,6 milioni di famiglie beneficiarie, è stato per ultimo il gruppo di ricerca Arel, Fondazione E. Gorrieri e Alleanza per l’infanzia che ha formulato una proposta di assegno «moderatamente selettivo», pari in media a 1.930 euro all’anno (161 euro al mese) per ciascun figlio minorenne, ridotto del 40% se maggiorenne o maggiorato del 50% se disabile, con un incremento di 300 euro annui per ogni figlio oltre al secondo. In questa ipotesi, il valore dell’assegno decresce a partire da 30mila euro di Isee in modo non lineare sino a 52mila euro, così da tutelare maggiormente i nuclei con Isee più basso. Oltre i 52 mila euro di Isee, il contributo resterebbe fisso a 67 euro al mese per ciascun minore (40 euro se maggiorenne).

È con questa simulazione, in particolare, che il Governo sta facendo i conti in queste ore: proiettando questa ipotesi sulla platea dei beneficiari, circa 1 milione e 350mila famiglie riceverebbe a regime un assegno inferiore alle prestazioni vigenti, con una perdita annua mediana di 381 euro. Si tratta per lo più famiglie con reddito prevalente da lavoro dipendente, per le quali è allo studio l’ipotesi di inserire – nei decreti attuativi – una clausola di salvaguardia: a questo scopo, per fare in modo che nessuno ci perda, lo studio Arel-Fondazione Gorrieri-Alleanza per l’infanzia ha stimato un costo ulteriore di 800 milioni di euro.

«È chiaro che dovremo aggiungerli -ha dichiarato Stefano Lepri, uno dei firmatari del testo di legge delega – perché nessuno deve rimetterci». A descrivere un rischio simile, pochi mesi fa, era stata anche una simulazione di Istat, che ipotizzava un assegno da 40 a 240 euro per scaglioni Isee: l’istituto stimava che per il 29,7% delle famiglie il saldo tra l’introduzione della nuova misura e l’abolizione di quelle attuali risulterebbe negativo (un saldo che saliva, per il 37,6% dei nuclei, tra i redditi più alti).

Spetterà agli uffici tecnici, ora trovare una quadra tra risorse e importi. «Siamo molto soddisfatti – dichiara Gigi De Palo, il presidente del Forum delle Famiglie che da quattro anni si batte per questa riforma – e ora chiediamo l’ultimo sforzo: che l’assegno abbia una dotazione economica congrua, per renderlo capace di aiutare davvero le famiglie con figli. Facciamolo partire entro il primo luglio e con tutti i soldi che servono».

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