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«Segnali di ripresa, ma pesa il credito»

La Banca d’Italia torna a sottolineare il miglioramento del clima economico ma si sofferma sulla grande incertezza che governa ogni previsione; l’Ocse si spinge ad enfatizzare «i segnali positivi nel ritmo della crescita» in Italia in un quadro di «rinnovato slancio» in Europa e Moody’s rivede al rialzo le stime sul nostro Paese confermando la fine della recessione, ma puntando il dito sul peggioramento della disoccupazione e avvertendo che l’eurozona corre un «rischio considerevole» di una «ulteriore escalation della crisi se il sostegno ai programmi di austerità scendesse ancora».
La cautela quando si parla delle prospettive di crescita dell’economia italiana non è mai troppa visto che la lettura dei segnali di schiarita fornisce indicazioni, perlomeno all’apparenza, discordanti. All’apparenza perché pur nella diversa visione – l’Ocse in questa occasione ha quella più rosea – nessuno degli economisti che ieri sono tornati ad esaminare rischi e stime, si spinge a dichiarare l’economia italiana fuori pericolo.
La Banca d’Italia che ha pubblicato il suo periodico e dettagliato rapporto sulla stabilità finanziaria, mette per esempio in evidenza le cose che sembrano andare nel verso giusto della ripresa e quelle che invece remano ancora contro. A volere essere schematici, nel primo comparto degli elementi positivi gli esperti di via Nazionale individuano «i segnali qualitativi di miglioramento del quadro macroeconomico», «l’arresto dal calo della produzione», «il miglioramento dei conti con l’estero» e l’attenuazione della debolezza del mercato immobiliare. Oltre che – ed è la notizia più positiva – il ritorno degli acquisti di titoli di Stato italiano da parte degli investitori esteri, dopo la battuta di arresto di agosto: Bot e Btp detenuti da non residenti dovrebbero superare a fine anno i 570 miliardi di euro.
Sul lato però delle cose che non vanno c’è innanzitutto l’assenza di segnali quantitativi visto che se i sondaggi tra le imprese indicano un arresto del calo dell’attività produttiva, non c’è però ancora alcun dato concreto che confermi l’inversione di tendenza. La dispersione delle opinioni inoltre è ampia e «le prospettive restano incerte». Sulle imprese pesa poi un calo di redditività che ha toccato nel giugno scorso «il livello minimo dall’avvio della serie storica nel 1995» al 31,4% . Da prime indicazioni sui risultati del 2013 emerge comunque che la quota di imprese (20 addetti) industriali e dei servizi che prevede di chiudere l’esercizio in utile è pari al 55%, invariata rispetto al 2012, «ma circa dieci punti percentuali in meno rispetto al periodo precedente la crisi».
Guardando alle banche, all’altra faccia delle crisi industriali, il «principale problema» resta il fardello dei prestiti non rimborsati, che sono la causa maggiore della restrizione del credito alle imprese ed uno dei motivi della «fragilità» dell’attuale situazione economica. La notizia buona in questo caso è che l’aumento del tasso di ingresso in sofferenza dei finanziamenti concessi dalle banche si è fermato e dovrebbe progressivamente calare nel corso del 2014, rispetto al picco del 4,7% registrato negli ultimi mesi. Quella non proprio positiva è che comunque tale percentuale resterà alta, oltre il 4% appesantendo il passivo dei bilanci delle banche che dovranno di conseguenza continuare a rafforzare gli accantonamenti.

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