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Segnali di fiducia in chiaroscuro

Il peggio è alle spalle. In fondo al tunnel si scorge una luce fioca, un barlume di ripresa che le economie mondiali stanno cercando di agganciare. La loro marcia procede però a passo lento. Vista in controluce è questa la diagnosi sullo stato di salute dei big di Eurozona, Usa e Giappone consegnata dagli indici di fiducia di ottobre di consumatori e imprese. Dopo il recupero estivo la raffica di dati in chiaroscuro pubblicati nelle ultime due settimane è un richiamo alla cautela. La strada non è spianata e il recupero arriverà solo alla fine del quarto trimestre. «A influenzare gli indicatori – spiega Silvio Peruzzo, senior European economist di Nomura – sono alcuni focolai accesi, come l’iter travagliato di approvazione dei budget per il 2014, le incognite legate alla formazione del nuovo governo di coalizione in Germania e gli strascichi dello shutdown negli Usa».
All’interno della Zona euro gli indicatori hanno segnato un calo in Italia: il clima generale di fiducia delle imprese è sceso a 79,3 dopo due mesi di risalita. A offrire uno spiraglio è il manifatturiero, con l’indice passato da 96,8 a 97,3 grazie a migliori prospettive sugli ordini. Dopo il balzo di settembre anche i consumatori sono meno ottimisti. Il clima d’incertezza non risparmia nemmeno la Germania, che deve fare i conti con indici a due facce. Le famiglie stanno lentamente riacquistando il buonumore, con la fiducia ai massimi da sei anni, tanto che il tasso di propensione agli acquisti elaborato da Gfk – a quota 45 punti – è il più alto dal 2006 a questa parte. Le imprese si dimostrano invece ancora diffidenti.
L’andamento è stabile verso il miglioramento in Francia, ma ancora lontano dalla media di lungo periodo e segna un rialzo a sorpresa in Olanda, sempre però in territorio negativo, sia per i consumatori che per le imprese. La quinta economia dell’Eurozona, un tempo nel club dei virtuosi, deve ora fare i conti con l’austerity per correggere il bilancio pubblico fuori rotta. In Spagna gli ultimi dati aggiornati a settembre sono stati la spia rivelatrice del cambio di rotta. Il timido buonumore di famiglie e aziende ha avuto una conferma oggettiva, certificata dall’Ufficio di statistica: nel terzo trimestre il Paese è uscito dalla recessione, con un Pil che si è riaffacciato sul territorio positivo (0,1%), ma le difficoltà del Paese non sono ancora superate.
Dall’altra parte dell’Atlantico sull’onda lunga dei negoziati sul tetto del debito e del blocco temporaneo degli stipendi della pubblica amministrazione l’indice di fiducia Usa dell’Università del Michigan è sceso di oltre quattro punti a ottobre, raggiungendo il livello più basso da dicembre. In direzione opposta l’Ism manifatturiero, che sonda l’umore delle imprese, salito a sorpresa a 56,4 punti, la migliore performance dall’aprile 2011. Tutto conferma, quindi, un ritmo moderato della ripresa: il Pil, a detta del Fmi, dovrebbe crescere quest’anno dell’1,6% per poi accelerare del 2,6% nel 2014. In Giappone l’«Abenomics», il pacchetto di misure a favore della crescita messe in campo dal premier Abe, ha fatto tornare il sorriso sui volti delle famiglie e delle imprese. Nel terzo trimestre il sentiment delle aziende ha raggiunto il livello massimo degli ultimi cinque anni. Più timida la ripresa della fiducia dei consumatori, che resta al di sotto dei 50 punti, evidenziando un clima ancora negativo.
«I dati – spiega Anna Maria Grimaldi, economista di Intesa Sanpaolo – suggeriscono che la ripresa è molto fragile. In primavera c’è stata una svolta del ciclo, ma il ritmo di recupero è molto più lento rispetto al periodo che ha seguito la crisi del 2008. Per l’Eurozona ci attendiamo una crescita media del Pil dello 0,1% nella seconda parte dell’anno».
Per Fabio Fois, Southern European economist di Barclays, è in corso un «assestamento fisiologico». Il recupero degli indici di fiducia dalla primavera a oggi «è legato alla ripresa dell’export. Ora per fare il passo successivo manca un tassello fondamentale: la spinta della domanda interna. Questo sarà lo scoglio più impervio da superare, soprattutto per l’Eurozona, perché le manovre di bilancio per il 2014 sono ancora improntate all’austerity, con più tagli della spesa e meno rialzi delle tasse, ma pur sempre all’insegna del rigore».

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