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Segnali di crescita in Europa, Borse in rialzo

In fondo al tunnel della crisi economica europea si è accesa un piccola luce. Ad accenderla, ieri, è stato l’andamento della fiducia dei direttori di acquisto europei, sintetizzata nei dati Pmi di Markit. Dati che segnalano che l’Europa potrebbe aver toccato il fondo del barile, in termini di recessione. Il Pmi composito dell’area Euro a luglio è salito al di sopra dei 50 punti (valore che separa la crescita dalla contrazione) a 50,4 punti, il massimo da 18 mesi. Poco conta che il dato sia frutto più di una contrazione del calo dell’attività produttiva che di una vera crescita. Agli operatori è interessato maggiormente il segnale. E il segnale, confortato in particolare dal dato manifatturiero, è che sul mercato si registrano segnali di stabilizzazione. Milano ha così chiuso in rialzo dell’1,26%, Madrid dell’1,47%, Parigi dell’1,05%. Positive, anche se in maniera più contenuta, Francoforte (+0,64%) e Londra (+0,31%).Le borse europee hanno ignorato anche i dati deludenti provenienti dalla Cina, che hanno evidenziato a luglio una contrazione della produzione manifatturiera, la più forte in 11 mesi. Attenzione però a dare troppo peso ai rialzi borsistici: complice il periodo estivo, i volumi trattati sulle piazze europee (Stoxx 600) ieri erano del 25% più bassi della media degli ultimi 30 giorni. E, con volumi ridotti, l’impatto degli acquisti (o delle vendite) è ingigantito.
È stato però sui mercati obbligazionari e valutari che l’effetto Pmi ha avuto effetti maggiori. Gli investitori, rassicurati dal clima di fiducia emerso dall’indagine Markit, si sono alleggeriti del bene rifugio per eccellenza, il Bund tedesco. Il titolo di Berlino ha visto salire i rendimenti sui 10 anni di dieci punti base, all’1,647% dall’1,549% del giorno prima. Lo spread BTp-Bund sui 10 anni si è assottigliato di 10 punti, a 272 punti. Ma la discesa sarebbe potuta essere maggiore se il tasso italiano non fosse rimasto in area 4,38%. Colpa della pressione generata dalle vendite di chi attende l’emissione (non confermata) di un nuovo titolo decennale, il marzo 2024, nelle aste di fine mese.
L’altro asset che ha risentito dei dati europei è stato l’euro. La moneta europea si è, almeno inizialmente, rafforzata contro il dollaro, da 1,321 dell’avvio a 1,325 di metà giornata. In questo caso, il ragionamento degli operatori è stato chiaro: più l’economia europea migliora, più si allontana una manovra espansiva da parte della Bce nel breve periodo.
In serata è arrivato invece il colpo di scure di Standard & Poor’s sulle banche italiane. Una mossa che segue a ruota la riduzione del rating dell’Italia a Bbb del 9 luglio scorso. L’agenzia ha abbassato il giudizio di 18 banche italiane piccole e medie per «gli accresciuti rischi» del contesto economico in cui operano, «che le lasciano esposte in misura maggiore a una recessione più profonda e più lunga di quanto abbiamo in precedenza stimato per l’Italia». Mentre sono stati confermati i rating di Intesa, UniCredit e Mediobanca, sono stati declassati (di un notch) i giudizi di Ubi e Credito Emiliano a Bbb-; Fga, Iccrea Holding e MedioCredito Centrale a Bb+; Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Bpm, Bper e Banco Popolare a Bb; Unipol Banca a Bb-. Giù anche Carige (a Bb-). Doppio downgrade infine per Agos-Ducato, a Bb-. L’outlook a lungo termine per tutte le banche italiane resta negativo, eccezion fatta per Carige e Dexia Crediop.

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