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Segnalazioni, enti al test 231

Approfondire il trattamento e la disciplina del whistleblowing nell’ordinamento giuridico italiano, con segnato riferimento alla responsabilità degli enti di cui al dlgs 231/2001 e del ruolo dell’Organismo di vigilanza 231. È lo scopo del documento denominato «Il whistleblowing» diffuso il 5 agosto scorso dall’associazione dei componenti degli organismi di vigilanza ex dlgs 231/2001. Il position paper dà conto delle origini del fenomeno; viene fatta una breve analisi economico-giuridica con un approfondimento sul sistema degli incentivi economici a favore del segnalante, che sebbene sia previsto in diversi ordinamenti giuridici non è, ad oggi, contemplato nella normativa italiana; si analizzano le principali disposizioni normative e regolamentari presenti nell’ordinamento giuridico e a livello di Unione europea con riferimento alle modalità di gestione dell’informazione avente ad oggetto irregolarità o illeciti, alla sua conseguente segnalazione (interna e/o esterna all’azienda) e alle tutele per il segnalante.Un capitolo è dedicato alla trattazione delle misure anti retaliation (anti ritorsione) e alle tutele che, in merito, sono oggi offerte dall’ordinamento a chi segnala illeciti (whistleblower o segnalatore).

Si dà inoltre evidenza ad alcuni profili in tema di protezione e trattamento dei dati personali in relazione al tema del whistleblowing: il paper si sofferma sulla individuazione e definizione dei ruoli dei diversi soggetti che intervengono nella gestione di un whistleblowing scheme, nel rispetto delle disposizioni di cui al regolamento (Ue) 2016/679 del 27 aprile 2016 («Gdpr»). A tal fine viene precisato che l’eventuale adozione del whistleblowing scheme, impone alla società, tra l’altro, di istituire un sistema di segnalazione all’interno del proprio contesto organizzativo che definisca le modalità e le finalità del trattamento dei dati personali, nonché, l’individuazione dell’ente stesso quale titolare del trattamento dei dati.

Di particolare rilevanza l’assunto, già sostenuto anche dalla dottrina di settore, relativo al ruolo dell’organismo di vigilanza istituito ai sensi dell’art. 6, comma 2-bis, del decreto 231/2001 secondo cui, il destinatario delle segnalazioni di violazione del Modello 231 (Mog) debba essere identificato nel citato Organismo come organo già deputato a ricevere i flussi informativi sull’efficace attuazione del Mog senza peraltro escludere l’adozione di soluzioni alternative (ente o soggetto esterno, responsabile della funzione compliance o responsabile Internal Audit, comitato rappresentato da soggetti appartenenti a diverse funzioni). In tali casi, quelli in cui l’organismo di vigilanza non è riconosciuto quale destinatario delle segnalazioni whistleblowing, deve ammettersi la possibilità di delegare l’organismo stesso a sovrintendere la gestione delle segnalazioni ai sensi del dlgs 231/2001, a condizione che il conferimento della delega stessa risulti specificamente formalizzato all’interno di un verbale dell’Organismo stesso.

Tra i compiti dell’organismo di vigilanza va certamente annoverato, secondo il documento dell’Aodv231, il monitoraggio dell’adeguatezza e dell’efficacia dei canali implementati ai fini della ricezione delle segnalazioni, nonché dell’effettiva adozione del canale informatico (posta ordinaria, fax, indirizzo di posta elettronica o casella vocale dedicato, applicativo gestionale dedicato gestito internamente o da un provider esterno) della lettera b) del nuovo comma 2-bis dell’art. 6 del decreto 231. In tema di adeguatezza, devono essere presi in considerazione fattori di contesto interni ed esterni all’azienda, con pesi differenti: le dimensioni aziendali, anche in termini di fatturato, la dislocazione dell’azienda sul territorio in termini di numero di sedi operative ovvero di presenza in più paesi di riferimento, le linee di business in cui opera l’azienda, la tipologia di stakeholder di riferimento, tra cui fornitori, clienti, partner, autorità di controllo e vigilanza.

I dati Anac. L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), nel quarto rapporto annuale sul whistleblowing, ha messo in evidenza la progressiva crescita del numero dei segnalazioni whistleblowing ricevute (dal settore pubblico). Si è passati dalle 3 dell’anno 2014 alle 783 del 2018 con un dato tendenziale, per l’anno in corso, che potrebbe superare le 900.

Più del 50% delle segnalazioni provengono da dipendenti pubblici e una su quattro sono collegate a fatti di corruzione o cattiva amministrazione.

Circa il 40% delle segnalazioni riguardano le regioni e gli enti locali e più del 50% di quelle pervenute nel 2019 arrivano dal Sud e dalle Isole. Tra le grandi città spicca per numero di segnalazioni Palermo (28), seguita da Milano (20); a Roma le segnalazioni risultano appena 4, meno ancora Napoli (2).

Tra i ministeri quelli che risultano più interessati da segnalazioni whistleblowing ci sono il Mef e il Mise; l’Agenzia delle entrate, con le 35 segnalazioni (di cui 30 anonime), è in assoluta l’amministrazione centrale più segnalata. Molte risultano ancora le Università che non hanno adottato alcuna procedura di segnalazione whistleblowing; tra quelle virtuose, avendo adottato una procedura, vi è invece l’Università Cattolica.

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