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Sedi estere, doppia via fiscale

Doppio binario fiscale per le imprese commerciali con sede all’estero che decidono di trasferire la residenza in Italia. Se lo stato di provenienza consente un adeguato scambio di informazioni, le società rimpatriate potranno utilizzare il valore normale come valore fiscalmente riconosciuto di attività e passività. Se invece il paese di origine non è collaborativo, il valore fiscale dell’impresa trasferita sarà pari, per le attività, al minore tra il costo di acquisto, il valore di bilancio e il valore normale, e al maggiore tra questi per le passività. L’unico modo per poter adottare integralmente il valore normale sarà la stipula di un ruling preventivo con l’Agenzia delle entrate, secondo la nuova disciplina che sarà trasfusa nell’articolo 31-ter del dpr n. 600/1973. È quanto evidenziano i servizi studi di camera e senato nel dossier relativo al dlgs internazionalizzazione, all’esame delle commissioni parlamentari dopo la prima approvazione governativa dello scorso 21 aprile.

L’articolo 12 del provvedimento, con una disciplina che trova applicazione anche nei casi di esterovestizione societaria, punta ad agevolare il trasferimento in Italia da parte di soggetti non residenti esercenti imprese commerciali (inclusi gli imprenditori individuali). Quando l’operazione coinvolge un paese incluso nella white list «da scambio di informazioni», ossia emanata in base al nuovo articolo 11 del dlgs n. 239/1996, la norma prevede il riconoscimento del valore normale delle attività e passività trasferite. Ciò a prescindere dall’applicazione o meno di un’exit tax da parte dello stato di provenienza. I tecnici parlamentari ricordano che la normativa sul rimpatrio delle imprese «si applicano a decorrere dal periodo di imposta in corso alla data di entrata in vigore del decreto in commento», quindi con tutta probabilità dal 2015. Sarà invece compito dell’Agenzia delle entrate stabilire con provvedimento le modalità di comunicazione dei valori delle attività e delle passività oggetto di trasferimento. In caso di omessa o incompleta segnalazione, sarà applicata una sanzione pari al 10% dell’importo non indicato.

Il dossier evidenzia poi che lo schema di dlgs internazionalizzazione reca alcuni interventi che non sono specificamente contemplati dalla legge delega n. 23/2014: per esempio, le modifiche alle vigenti disposizioni in materia di individuazione dei paradisi fiscali (con l’abrogazione dell’articolo 168-bis del Tuir e l’emanazione di due distinte white list), come pure i ritocchi sul regime del credito d’imposta per i redditi prodotti all’estero. In entrambi i casi, però, la base normativa può essere individuata «nell’articolo 12 della legge di delega», in quanto trattasi di misure comunque finalizzate «a ridurre le incertezze nella determinazione del reddito e a favorire l’internazionalizzazione dei soggetti economici operanti in Italia».

Da ultimo, il documento contiene un’analisi sugli effetti finanziari del decreto. L’articolo 16 del dlgs stima le minori entrate complessivamente derivanti dal provvedimento in 99,3 milioni di euro per il 2016, 28 milioni per il 2017 e 40,7 milioni di euro a decorrere dal 2018. A tali oneri si provvederà «mediante riduzione dell’apposito fondo istituito nello stato di previsione del Mef». Un fondo che è alimentato dai decreti attuativi che generano un segno più per gli incassi dello stato. Come per esempio il dlgs n. 188/2014, che ha rivisto l’imposizione fiscale sui tabacchi, generando un maggior gettito di 195 milioni di euro per il 2015 e 196 milioni a decorrere dal 2016.

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