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Sedersi al tavolo con il governo La mossa di Mediaset

Sembra il figlio illegittimo di genitori che (per ora) si sono separati, il simbolo di ciò che era ma che potrebbe tornare a essere. Insomma l’opas di Mediaset su Rai Way appare come il frutto tardivo del patto del Nazareno, formalmente seppellito, ma ancora così vivo nell’immaginario collettivo del Palazzo da scatenare un putiferio simile a quello che provocò la norma «salva Berlusconi», introdotta da Renzi nel decreto fiscale di Natale. 
E mentre l’interesse della Borsa è sui due titoli che schizzano, l’attenzione della politica è sui quartier generali dell’esecutivo e del Biscione. Perché dietro l’operazione finanziaria, dietro stuoli di direttori ministeriali e legali di banche d’affari, la battaglia pare concentrarsi su un solo punto: lo Stato può scendere sotto il 51% nel controllo delle torri Rai? È un interrogativo senza certa risposta, siccome la rigidità del decreto governativo si ammorbidisce tra le pieghe del prospetto informativo, e dunque — italianamente — sarebbe possibile l’una e l’altra cosa.
Così in Parlamento il dubbio si trasforma subito in sospetto, i Cinquestelle riesumano l’«inciucio», Bersani sente «puzza di bruciato»: «Chi può permettersi una simile operazione a Milano senza avere un appeasement con Roma? Chi può escludere si tratti di un’intesa cordiale nazarena?». E per un giorno il «nazareno» risorge, con Forza Italia tutta schierata a favore della libertà del mercato e il governo impegnato a spiegare che — trattandosi di asset strategico — Rai Way era e resterà a maggioranza pubblica.
Lo stesso concetto che il sottosegretario Giacomelli, titolare della delega alle Comunicazioni, ebbe modo di sottolineare a Confalonieri durante un incontro avvenuto prima della rottura del Patto tra Renzi e Berlusconi. Non che le relazioni tra i due si siano mai interrotte, ma in quell’occasione, l’esponente del governo e il presidente di Mediaset discussero sulla rete e anche sulla banda larga. E si interrogarono su come potesse svilupparsi in futuro una collaborazione tra il pubblico (che deve mantenere il golden power ) e il privato (di cui c’è bisogno per gli investimenti).
Si capisce allora che l’interrogativo dall’incerta risposta è un falso problema. Il punto è la possibile intesa sulla «governance unificata», non certo la battaglia sul suo controllo. Perciò la mossa del Biscione non coglie di sorpresa Palazzo Chigi, dove Giacomelli viene convocato dal premier di buon mattino. Al di là delle interpretazioni ufficiali, l’opas di Mediaset non è considerata dal governo come un’azione «ostile», semmai è un segnale di chi è pronto a sedersi al tavolo per discutere su un tema che — vista anche l’accelerazione di Renzi sulla riforma della Rai — fa parte di un pacchetto complessivo, è al centro di una revisione strutturale del sistema che — per importanza — è pari alla revisione della Carta costituzionale.
Niente guerra, si tratta. Sull’asse Roma-Milano c’è una comune interpretazione degli eventi, se è vero che anche lo stato maggiore di Mediaset accoglie di buon grado la nota pomeridiana del governo, giudicata come un «wait and see», come un «prendiamoci del tempo per discuterne». In realtà della questione si discute ormai da tempo tra i vertici dell’esecutivo e quelli del Biscione, dove certi messaggi sono stati decrittati prima di dare inizio all’opas. E quei messaggi — a sentire autorevolissimi rappresentanti dell’azienda — riferivano che da Roma «era giunto il segnale di fare della società delle Torri un asset più forte a controllo italiano».
Così il frutto tardivo del vecchio Patto prende forma come i ragionamenti nel governo, dove rappresentanti di spicco scommettono su una ripresa dei rapporti da parte di Berlusconi dopo le Regionali. Devono saperne qualcosa del lavorio quotidiano a cui è sottoposto il fondatore di Forza Italia da esponenti della famiglia e dell’azienda per la riapertura del dialogo con Palazzo Chigi. Si vedrà. Di sicuro le due storie — quella politica e quella economica — appaiono indissolubilmente intrecciate e ripropongono il tema del conflitto d’interessi berlusconiano e degli interessi sul conflitto degli antiberlusconiani.
Eppure, formalmente, governo e Mediaset discutono di infrastrutture. Con Palazzo Chigi che rivendica per la sua parte la «valorizzazione» di un asset come Rai Way e con il Biscione che sottolinea la bontà della sua iniziativa, «nata per migliorare un servizio e per metterlo al riparo dagli appetiti delle multinazionali straniere», così da restare «padroni in casa nostra». «E magari dopo Rai Way ci mettiamo anche Telecom» sussurra Bersani alludendo «al carrello della spesa di Berlusconi». D’altronde, l’ex segretario del Pd al divorzio tra Renzi e Berlusconi non ci crede, «non ci ho mai creduto».
E mentre si attendono le prossime puntate di una storia che non finisce qui, il Parlamento torna a dividersi in curve da stadio come da copione ventennale. «Lo scontro tra mercato e politica, tra modernizzazione e immobilismo, non fa bene al Paese, disse tempo addietro il vicepresidente di Mediaset Pier Silvio Berlusconi. Una volta deposte le bandiere sulle rispettive gradinate, bisognerà capire se verrà trovata una soluzione al nodo delle infrastrutture. Per ora l’o pas di Mediaset su Rai Way è vissuta in Parlamento come il frutto tardivo di un Patto che non c’è più. Forse.
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