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Secondo round per le Poste, sul mercato una quota del 29,7%

La seconda tranche di Poste Italiane arriverà sul mercato dopo l’estate. Il percorso di avvicinamento per collocare in Borsa una quota del 29,7% del gruppo, guidato da Francesco Caio, ha segnato ieri la prima tappa formale. Il consiglio dei ministri ha approvato il decreto per la vendita del pacchetto azionario ancora in capo al ministero dell’Economia, dopo il trasferimento della quota del 35% a Cassa Depositi e Prestiti. Il resto del capitale di Poste, vale ricordarlo, è già stato ceduto sul mercato in occasione del debutto in Borsa nell’autunno scorso.

La mossa del governo assolve così a un duplice obiettivo. A cominciare dalla necessità di ottenere risorse tramite il processo di privatizzazione, ossia uno degli impegni assunti dall’esecutivo con Bruxelles. Ai corsi attuali Poste vale circa 2,6 miliardi di euro, e costituisce una fetta importante delle privatizzazioni che il ministero dell’Economia intende predisporre nel corso della seconda metà dell’anno. Nell’elenco delle operazioni figurano la cessione di Grandi Stazioni e la quotazione di Enav. A puntellare il progetto del governo, che sulla carta ha indicato 8 miliardi di incassi, potrebbe concorrere anche la fusione, in via di definizione, tra Ferrovie e Anas. C’è poi il secondo proposito correlato al decreto di eri. Nei giorni scorsi è stato predisposto il trasferimento del 35% di Poste a Cdp. A cedere le azioni è il ministero di Via XX Settembre. Il passaggio vale 2,9 miliardi di euro ed è stato congegnato sotto forma di aumento di capitale, tanto che una volta ultimato il ministero scenderà appunto dal 64,7 al 29,7% di Poste Italiane. A fronte del passaggio il Tesoro diventerà titolare dell’82,8% del capitale di Cdp, mentre le fondazioni di origine bancaria si diluiranno al 15,9%. L’obiettivo è, insomma, rafforzare il patrimonio di Cassa in vista di eventuali nuovi interventi a sostegno della politica economica del governo. In serata la Cisl, il sindacato storicamente più forte in Poste, ha definito un «grave errore a danno del Paese» l’idea di vendere un ulteriore 29% dell’azienda.

Andrea Ducci

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