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Seconde case, un miliardo di Irpef in più

La definizione di «tax free», vale a dire libero da nuovi aumenti fiscali, data dal Governo al decreto approvato mercoledì sull’Imu è suggestiva ma pecca forse di un eccesso di audacia. In realtà una “nuova” tassa c’è, riguarda ancora una volta il mattone, vale quasi un miliardo di euro all’anno e colpisce i proprietari dei 6,55 milioni di immobili «a disposizione» delle persone fisiche, cioè gli immobili che non sono abitazioni principali del proprietario e non sono concessi in affitto. Come da (pessima) abitudine degli aumenti di tasse, la norma è retroattiva è vale già per tutto il 2013, anche se otto mesi su dodici se ne sono già andati: con tanti saluti allo Statuto del contribuente.
L’ennesima mossa sullo scacchiere del Fisco immobiliare interessa in pratica delle seconde case al mare o in montagna, ma anche gli immobili che restano sfitti in città perché colpiti dalla crisi del mercato, che allunga i tempi necessari a trovare un inquilino per l’appartamento o per il negozio. Nel pacchetto rientrano naturalmente anche gli immobili che sono sfitti per il Fisco e in realtà nascondono inquilini in nero, ma anche quelli concessi in comodato gratuito ai parenti.
La “nuova” tassa è in realtà un ritorno, perché con la cancellazione per sempre della prima rata Imu sull’abitazione principale e la promessa dell’addio definitivo anche per la seconda, ecco di nuovo sotto il raggio d’azione dell’Irpef (all’articolo 6 delle bozze del decreto legge circolate fino a ieri sera) gli immobili sfitti: in pratica il 50% della rendita assegnata dal catasto alle case sfitte e del reddito dominicale dei terreni non affittati torna ad aumentare l’imponibile Irpef del proprietario, gonfiando quindi l’imposta statale e le addizionali che Regioni e Comuni aggiungono al conto centrale.
A far uscire dall’Irpef questi immobili era stata proprio la disciplina Imu scritta nel decreto sul federalismo municipale (articolo 8 del Dlgs 23/2011) e accelerata dalla prova d’esordio del Governo Monti con il «Salva-Italia» (articolo 13 del Dl 201/2011). Secondo i calcoli ufficiali scritti dalla Ragioneria generale dello Stato nelle relazioni tecniche la mossa valeva 1,6 miliardi per il bilancio dello Stato, quindi la sua reintroduzione al 50% vale 800 milioni di Irpef statale: al conto però vanno aggiunte le addizionali regionali, aumentate in modo linerare dallo stesso «salva-Italia» e proiettate verso nuovi incrementi proprio in virtù di quel che resta del federalismo fiscale, e quelle comunali. Non è difficile, per questa via, arrivare a sfiorare il miliardo di euro all’anno.
I grafici in pagina riportano gli effetti per quattro immobili-tipo (un bilocale e un trilocale di categoria catastale A/2 e A/3) con le rendite medie registrate in ogni capoluogo di provincia in capo a proprietari che pagano un’Irpef media del 38% (l’aliquota marginale più diffusa tra chi ha più di un immobile) e dedicano un altro 2,33% del proprio reddito lordo alle addizionali regionali e comunali. Per ogni proprietario, però, non è troppo difficile calcolare l’effetto ad personam. Bisogna prendere la rendita scritta nei rogiti, aggiornarla con l’aumento lineare del 5%, gonfiarla del 33% come previsto dal Testo unico delle imposte sui redditi nel capitolo immobiliare, e dividere il tutto per due: sul risultato bisogna applicare la propria aliquota Irpef, comprensiva di addizionali, e si scopre il costo della novità.
Per fare un esempio, si può assumere il caso di una famiglia milanese che viveva in un bilocale (categoria A/2), e che poi si è trasferita in un altro appartamento analogo e ora ha la vecchia casa sfitta o concessa al figlio. Per loro l’abolizione dell’Imu sull’abitazione principale, grazie anche alle detrazioni, in base ai dati catastali medi produce un risparmio intorno ai 300 euro, che però viene “mangiato” all’80% dal ritorno dell’Irpef: se l’aliquota marginale cresce, la “nuova” Irpef arriva a superare il beneficio prodotto dall’addio all’Imu, e lo stesso capita ai tanti casi in cui, per le bizze del nostro sistema catastale, l’immobile vuoto ha una rendita ufficiale superiore a quella dell’abitazione.

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