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Seconda sconfitta per la May. In frantumi le intese con la Ue

Colpito e affondato. Il Parlamento di Westminster ha respinto per la seconda e decisiva volta l’accordo di recesso dall’Unione Europea concordato dal Governo di Theresa May.
I deputati britannici ieri sera hanno votato 391 contro e 242 a favore, una netta sconfitta per il Governo con un margine di 149 voti.
In gennaio l’accordo era stato respinto per 230 voti. Le concessioni ottenute in extremis dalla May lunedì sera a Strasburgo nell’incontro con il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker hanno convinto alcune decine di Tory moderati a votare a favore, ma non sono state sufficienti a convincere gli oltranzisti pro-Brexit.
Dopo l’annuncio del risultato, la May ha dichiarato al Parlamento che la tabella di marcia verrà rispettata e oggi si terrà un voto sulla possibilità di escludere un’uscita senza accordo e domani un voto su un rinvio di Brexit oltre il 29 marzo. «In ogni caso, i voti dei prossimi due giorni non risolvono il problema», ha detto la May, che ha concesso ai deputati Tory un voto libero, secondo coscienza, sul “no deal”.
La giornata di ieri era iniziata con un certo ottimismo. La premier aveva annunciato di aver ottenuto dalla Ue una nuova interpretazione giuridica vincolante della parte dell’accordo relativa al contestato “backstop”, la garanzia che non si tornerà a un confine interno in Irlanda. Una dichiarazione congiunta inoltre sancisce l’impegno a sostituire la backstop con un’alternativa entro la fine del periodo di transizione nel dicembre 2020 e stabilisce un meccanismo per sospenderla in caso di dispute. «Ho ottenuto quello che avete chiesto», ha detto la premier ai deputati.
Il clima positivo è durato solo poche ore, fino a quando Geoffrey Cox, procuratore generale, ha dato l’atteso verdetto legale in Parlamento e ha confermato i timori dei Brexiter. Il rischio legale che la Gran Bretagna resti vincolata alla Ue contro la sua volontà «resta immutato», ha detto, anche se le concessioni ottenute dalla May «riducono il rischio». Da un punto di vista strettamente legale Londra non potrà mai uscire dal backstop senza il via libera della Ue, quindi i deputati dovranno fare una «scelta politica», ha dichiarato Cox invitandoli a votare a favore dell’accordo.
Le parole di Cox sono risuonate come una campana a morto in Parlamento, uccidendo ogni speranza di approvazione. Pochi minuti dopo, il gruppo di euroscettici Tory ha dichiarato di «non poter sostenere» l’accordo su consiglio dei loro esperti legali. Il Dup, il partito unionista nordirlandese da cui la May dipende per avere una maggioranza in Parlamento, ha poi fatto altrettanto. «Non sono stati fatti progressi sufficienti», ha dichiarato Arlene Foster, leader del Dup.
A nulla sono servite le parole della May, scandite con voce roca e viso esausto in una Camera dei Comuni semi-deserta. La premier ha esortato i deputati a votare a favore dell’unico accordo sul tavolo perché altrimenti «sarebbe inutile dare la colpa alla Ue, la colpa sarebbe di questo Parlamento che non ha fatto il suo dovere».
L’accordo concordato da Bruxelles e Londra è considerato ora morto e sepolto. Il negoziatore capo Ue Michel Barnier in un tweet ieri sera ha preavvisato che «senza accordo non ci sarà periodo di transizione», ma un salto nel buio. Juncker ha dichiarato che la Gran Bretagna ha avuto «una seconda possibilità, ma non ne avrà una terza», mentre il presidente dell’Europarlamento Antonio Tajani ha definito le riserve di Cox «un problema interno britannico».
Si aprono ora diversi scenari possibili, da elezioni anticipate a un secondo referendum. Data l’incapacità della premier di mantenere il controllo di Brexit o del suo partito, è probabile che il Parlamento si faccia parte attiva nel definire i prossimi passi.
Senza un piano alternativo, la Gran Bretagna lascerà la Ue il 29 marzo senza un accordo, un’uscita “disordinata” che potrebbe avere conseguenze economiche devastanti. Con ogni probabilità però la maggioranza dei deputati si schiererà contro un “no deal”.
La tabella di marcia concordata e confermata ieri sera dalla May prevede domani il voto su un rinvio della data di uscita prevista dalla Ue, che deve essere richiesta dal Governo britannico e approvata da Bruxelles.
La Ue non esclude un allungamento dei tempi ma è disposta a concedere solo poche settimane. Ieri Juncker ha messo in chiaro che un eventuale rinvio non dovrà andare oltre il 23-26 maggio, data delle elezioni europee, altrimenti «il Regno Unito sarà tenuto per legge a partecipare alle elezioni», creando una situazione farsesca di un Paese in uscita dalla Ue che presenta candidati per l’Europarlamento.
La quasi-certezza della bocciatura dell’accordo da parte del Parlamento ha pesato ieri sulla sterlina ieri. La valuta britannica era bruscamente risalita nel pomeriggio di lunedì e ieri mattina sull’onda dell’ottimismo in seguito alla visita di May a Strasburgo. Dopo l’intervento di Cox il pessimismo è tornato a imperare e la sterlina è scesa a 1,15 sull’euro e 1,130 sul dollaro.

Nicol Degli Innocenti

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