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Seat getta la spugna: concordato preventivo

A neppure un anno dalla complessa ristrutturazione del debito, Seat Pagine Gialle annuncia quello che in tanti sul mercato si aspettavano: il gruppo si prepara a chiedere l’ammissione alla procedura di concordato preventivo, non riuscendo più a far fronte al pagamento del debito. Immediata la reazione in Borsa: le azioni Seat, dopo un tracollo del 40%, hanno chiuso la seduta in calo del 26,67% a 0,0011 euro. La società vale oggi in Borsa appena 18 milioni circa. Fortissimi gli scambi: sono passate di mano 4,1 miliardi di titoli, pari al 25% del capitale.
La richiesta di concordato è stata decisa ieri dal consiglio di Seat «per garantire la continuità aziendale e salvaguardare una importante e storica realtà industriale italiana», alla luce dell’impossibilità di far fronte agli impegni sul debito dopo la revisione al ribasso dei target. Motivazioni spiegate dettagliatamente dal Ceo Vincenza Santelia nel corso di un incontro a Torino con gli 80 dirigenti. In pratica gli obiettivi economici e finanziari, contenuti nelle linee guida strategiche 2011-2013 e nelle proiezioni di stima al 2015 stilate in occasione della recente ristrutturazione del debito, «non sono più attuali e raggiungibili alla luce delle attuali performance e delle previsioni di mercato». Basta dare uno sguardo ai numeri: nel 2013 la società dovrà rimborsare ai creditori 200 milioni (70 in quota capitale e 130 per interessi) contro una stima di generazione di cash flow a servizio del debito di circa 50 milioni e una liquidità effettivamente disponibile pari a circa 100 milioni. A fine 2012 l’indebitamento finanziario netto di Seat risulta di poco superiore a 1,3 miliardi. Per rispettare il principio di parità di trattamento dei creditori, Seat non procederà al pagamento della rata semestrale di interessi dovuta il 31 gennaio sui bond nè alle rate per interessi sul finanziamento bancario senior, che sarebbero state dovute pagare oggi.
Insomma, la lunga battaglia con il debito, che sembrava tamponata un anno fa, prosegue. Una situazione assai complessa che ha le sue radici nel carico di debito messo sulle spalle della società dai fondi che l’acquistarono a leva all’inizio degli anni 2000, spremendola poi con il pagamento di un maxi-dividendo. Seat paga oggi a distanza di anni il peccato originale di quella montagna di debiti scaricati sulla società. Ben 3,5 miliardi nel 2004 a ripagare il dividendo straordinario che permise agli azionisti (Cvc; Bc Partner; Permira e Investitori associati) di abbassare notevolmente il valore di carico del loro shopping. Il tutto in un contesto che vedeva Seat, tornata al vecchio mestiere degli elenchi telefonici, evidenziare fatturato e utili in rapido declino, con il debito però che esigeva anno su anno una spesa, solo per interessi, che si portava via quasi la metà del margine industriale. Naturale, secondo gli addetti ai lavori, l’epilogo della storia. Ma che qualcosa era nell’aria il mercato lo aveva già annusato. Qualche giorno fa la nota del congelamento della cedola da 42,2 milioni sulle obbligazioni senior secured (quelle escluse dal processo di ristrutturazione) dovuta al 31 gennaio 2013 ha spiazzato la Borsa. Decisione seguita in rapida successione dal taglio del rating da S&P’s. Questo dopo che solo due mesi fa i vertici dell’azienda avevano rassicurato che, concluso il riassetto, ci sarebbero stati tre anni di «ossigeno» dato che, grazie all’accordo siglato la scorsa estate con i creditori, c’era stato un riscadenziamento del debito con il primo grosso rimborso (815 milioni) spostato al 2016.

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