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Seat, ex miracolo new economy Valeva 23 miliardi, ora 17 milioni

Schiacciata dai debiti. La storia di Seat Pagine Gialle, la gallina dalle uova d’ora della Borsa, finisce con la richiesta di ammissione al concordato preventivo per garantire la continuità aziendale. La società che nel 1999 aveva vinto l’oscar di Mediobanca come azienda con la maggiore capacità di reddito e che nell’aprile 2004 staccò la maxicedola più ricca del Mib30, pari a 3,47 miliardi di euro, ha annunciato di non poter far fronte alle scadenze previste dall’indebitamento nel 2013. E da una capitalizzazione di 3.202 miliardi di vecchie lire al momento della privatizzazione nel 1997, salita a circa 23 miliardi di euro nel primo semestre del 2000, è crollata a poco più di 17 milioni.
Ieri in Borsa ha perso il 26,67% e ha chiuso a un millesimo di euro (0,0011). E pensare che nel 2000 valeva ben 7 euro. Ma allora Seat era nel pieno del boom di Internet, di cui ha patito anche lo sgonfiamento. Sotto la guida di Lorenzo Pelliccioli era passata da editrice degli elenchi «gialli» a gruppo multimediale, con un’importante campagna acquisti: Tin.it, Consodata, Telegate. Il 29 agosto 2001 il titolo scende sotto la soglia «psicologica» di un euro, a 0,98: pesa l’incertezza sul futuro dopo il cambio al vertice di Telecom passato da Colaninno a Pirelli. La storia di Seat Pg è davvero complicata. Si comincia nel 1997 con la privatizzazione della «Società elenchi abbonati al telefono» (così battezzata a Torino nel 1926), che viene separata dalla Stet. Si aggiudica l’asta la cordata italiana costituita da Banca Commerciale, De Agostini, Bain Investimenti, Sofipa, Investitori associati e Abn Amro. Ma l’azionista di maggioranza relativa è Telecom Italia, che ha il 20% della Huit, la holding che riunisce i soci della cordata italiana e che nel 1999 decide la distribuzione di un maxi dividendo da oltre 2 mila miliardi di lire, per pagare il quale la società si indebita per ben 1.300 miliardi. La spericolata politica dei maxidividendi resterà una costante di Seat, portata avanti poi anche dai fondi di private equity che dal 2003 presero la maggioranza, dopo che Telecom Italia se ne andò. Ma era la generazione di cassa a essere cambiata. Nel 2004 l’indebitamento è di 3,9 miliardi, di cui 3,5 miliardi contratti per pagare il dividendo straordinario con cui Cvc, Permira, Investitori Assiciati e Bc Partners (che poi si sfilò nel 2009 quando ci fu l’aumento di capitale) si ripagarono, quasi, l’acquisizione costata 3,74 miliardi. L’esposizione non smette più di crescere.
Il processo di ristrutturazione del debito da 2,7 miliardi avviato il 6 settembre scorso, che ha fatto entrare nel capitale i possessori del bond Lighthouse (a seguito della conversione in azioni di 1,2 miliardi di euro di obbligazioni) non ha funzionato ma ha cambiato la compagine azionaria: i fondi di private equity Investitori Associati, Permira e Cvc hanno perso il controllo, mentre sono entrati gli hedge Anchorage Capital, Owl Creek, Sothic, Monarch Alternative Capital, Marathon Asset management e Fil Limited. Il nuovo consiglio, guidato dal presidente Guido de Vivo e dall’amministratore delegato Vincenzo Santelia, ha concluso le valutazioni sulle prospettive di business, che risentono della crisi del mercato. Seat ha spiegato in una nota che gli impegni finanziari del 2013 sono pari a 200 milioni di cui 70 milioni per quota capitale e 130 milioni per interessi, a fronte di una stima di generazione di cash flow a servizio del debito di 50 milioni circa e una liquidità disponibile di 100 milioni: gli obiettivi fissati nelle linee guida strategiche 2011-13 e nelle stime al 2015 non sono più raggiungibili. Resta la via del concordato preventivo e il piano che Seat dovrà presentare al Tribunale dovrà essere realistico. È probabile dunque che la società cerchi di dimezzare un debito senior ora a 1,5 miliardi (815 milioni di euro di obbligazioni e 686 milioni di debito bancario in scadenza nel 2017).

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