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Seat chiede il concordato preventivo il titolo crolla ancora a Piazza Affari

Seat Pagine Gialle alza bandiera bianca e chiede l’ammissione a un concordato preventivo ex articolo 161. Così si punta a salvare la società e i suoi dipendenti dalla crisi attuale e dai debiti che ha accumulato per pagare dividenti e buonuscite ai private equity che da 1997 al 2011 si sono avvicendati alla guida del gruppo. La notizia ha fatto crollate le azioni Seat del 26% a un prezzo per cui non esiste moneta (0,001 euro), mentre ieri la controllata Telegate sulla Borsa di Francoforte valeva otto volte più della casa madre. La differenza è che mentre il gruppo tedesco ha 60 milioni in cassa, sull’azienda tricolore pesano 1,45 miliardi di passività.
Senza i debiti accumulati nei vari passaggi di proprietà e legati alle acquisizioni a leva del controllo, oggi Seat sarebbe una società sana: nonostante il business sia da tempo in difficoltà, tra gennaio e settembre il gruppo ha prodotto 280 milioni di cassa ed è stato in grado di pagare ben 80 milioni di commissioni a advisor, banche e legali per ristrutturare le sue linee di credito. Ma di fronte all’acuirsi della crisi, pur di garantire la continuità aziendale il nuovo management ha deciso di non onorare le pendenze con le banche e con gli obbligazionisti. Nonostante la profonda ristrutturazione avvenuta a cavallo del 2011-2012, la società ha deciso di affidarsi al nuovo concordato introdotto dal governo Monti, che sulla falsariga del Chapter 11 americano, lascia al Tribunale l’onere di decidere qual è la soluzione migliore per un gruppo che dà lavoro a 4mila persone. Nei prossimi tre mesi, il Tribunale, con l’ausilio di un perito di sua fiducia, dovrà stabilire se in base al nuovo piano industriale, Seat ha i numeri per andare avanti, o dovrà liquidare gli attivi. E la proceduta avviata ieri potrebbe comportare un forte sacrificio da parte degli azionisti, ma anche dei creditori, vale a dire i fondi speculativi che hanno in mano 815 milioni di bond e le banche creditrici per 720 milioni, tra cui figurano Rbs, Bnp, Intesa e Unicredit.
La scelta del gruppo guidato da Vincenzo Santelia è coraggiosa, anche perché si basa sul presupposto che il Tribunale accolga la richiesta ex articolo 161 e che quindi dia una chance all’azienda per andare avanti con il rilancio. Eppure il business degli elenchi telefonici – che orami rappresenta solo un terzo dei ricavi consolidati – va male, i servizi telefonici come l’89-24-24 stentano a riprendersi e l’attività su Internet cresce ma non abbastanza da compensare il calo della raccolta sulle Pagine Gialle. Del resto se anche le tv di Mediaset si apprestano a chiudere il primo anno in rosso e a gennaio hanno raccolto il 20% in meno del 2012, per Seat la via della ristrutturazione potrebbe essere un percorso lungo e pieno di ostacoli.

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