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Seat alla resa dei conti dopo 10 anni di scorrerie

MILANO — Percorso – ancora – in salita per Seat. Il 4 marzo infatti si svolgerà l’assemblea della società, in procedura concorsuale, con un ricco ordine del giorno. La parte straordinaria è determinante per la sopravvivenza del gruppo: dovranno infatti essere approvati una serie di passaggi essenziali per il gruppo e dovrà votare a favore almeno il 20% del capitale sociale. Non a caso la società ha messo a punto una raccolta deleghe che, sembrerebbe, abbia già raggiunto quota 15% del capitale. E poi c’è la parte ordinaria: deve essere decisa infatti l’azione di responsabilità verso gli ex amministratori e sindaci, a partire dall’acquisizione dei fondi di private equity del 2003.
Se la parte straordinaria verrà approvata, gli azionisti attuali di Seat verranno praticamente spazzati via dalla conversione dei debiti per circa un miliardo e mezzo: tra loro i circa 150 mila piccoli soci, un professionista da sempre vicino alla società, Giovanni Cagnoli (con il 2,2%) e il fondo Investitori associati con lo 0,7% (unico rimasto della vecchia gestione dei fondi di private equity). Piccola compensazione, è stato previsto un meccanismo “premiante”: la distribuzione di warrant gratuiti, per la conversione – a pagamento – del 5% della società post ristrutturazione del debito, ma solo ai soci presenti all’assemblea del 4 marzo. Se si raggiungerà il quorum, le decisioni saranno poi sottoposte al parere definitivo del giudice fallimentare e a seguire alla votazione risolutiva dei creditori.
Il danno ipotizzato dai nuovi amministratori, promotori dell’azione di responsabilità (ma non condivisa dal collegio sindacale), sfiora i due miliardi e mezzo nel periodo 2003-2012. Ebbene, in quei dieci anni quasi tutti hanno perso: la sconfitta maggiore è della società, del suo business (messo a dura prova dal prepotente avvento di Internet) e ovviamente della gente che ci lavorava: i conti 2013 si sono chiusi con un rosso di 25 milioni, mentre post ristrutturazione le previsioni sono per ricavi pari a 400 milioni, un Ebitda di 30 e un patrimonio netto stimato a fine 2014 di circa 200 milioni. E sconfitto totale è stato anche il mercato, l’azione Seat dai massimi di 4 euro dell’aprile 2007 ora è scesa fino a 0,0017 euro (anche se i soci, nel 2004, avevano incassato proquota il maxi dividendo).
Tutto sommato non è stato un buon affare nemmeno per i fondi che nel 2003 comprano Seat da Telecom: Cvc, Investitori associati, Permira e Bc partners (quest’ultimo, uscito nel 2009). Alla fine della fiera, considerando anche i dividendi straordinari e ordinari che hanno incassato, si sono trovati a perdere circa 650 milioni. Sono loro che hanno caricato su Seat un debito insostenibile (3,6 miliardi, più l’indebitamento già presente nel gruppo, per un totale di 4,1 miliardi) e poi distribuito un maxi-dividendo andato in parte agli stessi fondi e in parte a ripagare i debiti. Non solo, i fondi si sarebbero mossi su piani industriali (curati dalla Bain, guidata da Cagnoli) e soprattutto da previsioni finanziarie di Ebitda elaborate a lungo da Lehman e che prevedevano flussi di cassa irrealistici. Forse palesemente irrealistici (e questo farebbe la differenza tra la sfortuna e la colpevolezza).
Non basta, secondo l’accusa nel 2003 la Seat si è trovata caricata di oneri eccessivi – tra consulenze e spese legali varie – per 122 milioni finalizzati ad avere i finanziamenti e “manifestamente eccessive”. E sono proprio i vari professionisti
che si sono susseguiti al capezzale della Seat, peraltro con scarsa efficacia, gli unici ad uscire vincitori da questa brutta storia durata dieci anni: hanno incassato prebende e consulenze per 60 milioni solo nella penultima ristrutturazione del debito, conclusasi nel 2012. E una cifra non irrilevante negli anni (qualcuno parla di 8 milioni) è andata anche allo studio legale di Enrico Giliberti Gtp proprio nel periodo in cui lo stesso era presidente della società.

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