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Se vince il No

Mentre la strada da percorrere in caso da vittoria del Sì al referendum tra i lavoratori Alitalia è ben delineata, l’iter di cosa accadrebbe nel caso in cui prevalessero i No è assai più incerto. Nei tempi, però, più che nella sostanza.
Perché il rifiuto dell’accordo porterebbe inevitabilmente in un tunnel in fondo al quale non ci sarebbe la possibilità di ricominciare un’altra volta da capo. Avendo i vertici di Alitalia affermato di aver già «sfruttato ogni flessibilità negoziale», chiudendo di fatto la porta a un nuovo tavolo di trattative, non rimarrebbe che il commissariamento da parte del governo, anticamera della liquidazione. Sarebbero gli stessi vertici di Alitalia a chiamare in causa Palazzo Chigi: secondo quanto è stato possibile ricostruire, in caso di vittoria del No il consiglio di amministrazione della compagnia verrebbe chiamato a riunirsi già domani avviando la procedura dell’amministrazione straordinaria. In pratica, i soci hanno fatto sapere che consegneranno immediatamente le chiavi dell’azienda al governo e le banche creditrici che chiuderanno i rubinetti, privando la società del contante necessario anche per il solo pieno agli aerei.
Le incognite, in buona sostanza, ricadrebbero tutte sulla “cosa pubblica”, che si troverebbe a gestire una “bomba” sociale innescata dagli oltre 12mila dipendenti, dei quali soltanto piloti e assistenti di volo potrebbero avere facilità nel ricollocarsi. Per non contare le ricadute economiche per la gestione di una società in perdita: è stato calcolato che le spese previste fino alla liquidazione potrebbero ammontare fino a un miliardo di euro. È vero che il commissario procederebbe a una vendita dei vari “asset” della società, per poi cedere il marchio al miglior offerente, ma data la situazione non si può prevedere un incasso dal quale recuperare i costi della procedura.
Del resto, il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, è stato molto netto all’indomani della firma del pre-accordo: «Se il referendum dovesse avere esito negativo quello che deve essere chiaro a tutti è che si va verso il rischio concretissimo di una liquidazione della compagnia». Ma a differenza di quanto accadde nel 2008, con i “capitani coraggiosi”, il gruppo di imprenditori guidati da Roberto Colaninno, chiamati dall’allora premier Silvio Berlusconi, nessuno sta lavorando a una possibile soluzione alternativa. I sindacati autonomi chiamano in causa l’articolo 43 della Costituzione che prevede «l’esproprio e la nazionalizzazione» per aziende che possono essere considerate strategiche. Ma la soluzione, al momento, non viene presa in considerazione da nessuno, tanto meno dal governo che ha già alle spalle 10 miliardi di fondi pubblici “bruciati” negli anni passati per tenere in volo la compagnia.
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