Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Se lo stress sul capitale pesa sui crediti

L’ulteriore stress patrimoniale chiesto dalla Bce alle banche italiane avrà un pesante effetto collaterale: quello di costringere gli istituti a tagliare di nuovo i crediti. Banche più capitalizzate, infatti, non significa più credito a imprese e famiglie.
Più capitale, renderà le banche meno vulnerabili, ma di certo non si tradurrà in un circolo virtuoso di nuovo credito. Dal 2009 infatti le banche hanno reagito alle richieste di patrimonializzazione, tagliando bruscamente gli impieghi. In Italia solo le prime 5 banche hanno sforbiciato i prestiti per la cifra di 180 miliardi, più del 12% dello stock totale di impieghi a imprese e famiglie.
Cattivi banchieri, verrebbe da dire. In realtà non è proprio così. Con i prezzi in Borsa delle banche in caduta e la redditività ridotta al lumicino fare aumenti di capitale è strada difficile da percorrere. Inoltre il violentissimo aumento dei crediti malati in pancia alle banche, che sono passati da 50 miliardi a ben 170 negli ultimi anni, ha di fatto messo in ginocchio i bilanci. Ormai più del 50% dei ricavi totali viene eroso dalle sole perdite su sofferenze e incagli. Se si tolgono i costi operativi le banche vedono quasi azzerarsi la redditività. In più la domanda di credito è debole e il rischio di credito (causa sofferenze) è alto. Un binomio che ha finito per costringere le banche a dimagrire le attività. Ecco perchè la mossa della Bce rischia di essere un boomerang pericoloso per gli effetti collaterali sull’economia.
Fabio Pavesi
L’ulteriore stress patrimoniale chiesto dalla Bce alle banche italiane avrà un pesante effetto collaterale: quello di costringere gli istituti a tagliare di nuovo i crediti. Banche più capitalizzate, infatti, non significa più credito a imprese e famiglie. La Bce, che ha assunto con Daniel Nouy la supervisione del sistema bancario europeo, crede fortemente nell’assunto «più capitale, banche più solide e quindi più denaro che affluisce all’economia reale». Un credo miope,talmente cieco da farne un dogma. E come tutti i dogmi rischia di scontarsi con la realtà.
Più capitale, meno crediti
La realtà di questi anni di crisi dice che è accaduto esattamente il contrario. Più le banche venivano stressate sul lato patrimoniale, più la risposta è stata di segno contrario. E cioè le banche hanno reagito togliendo e non aggiungendo denaro in circolo nell’economia. Un circolo perverso che ha finito per aggravare la recessione. I dati sono eloquenti. Negli anni della crisi le banche italiane hanno tagliato come ha di recente ricordato l’Ufficio Studi Mediobanca ben 200 miliardi di impieghi. Una sforbiciata secca che vale il 13% dello stock totale di prestiti a imprese e famiglie.
Dal 2009, 180 miliardi tagliati dalle prime 5 banche
Il Sole 24 Ore ha messo in fila le prime banche italiane ed è giunto alle medesime conclusioni. Da fine 2009 a settembre 2014, ultimi dati disponibili, le prime 5 banche italiane hanno ridotto i crediti alla clientela di 180 miliardi. Un calo continuo che è andato accelerando (vedi tabella sotto) negli ultimi 2 anni. La sola UniCredit è stata costretta a tagliare i prestiti dai 565 miliardi di fine 2009 a 470 miliardi (-95 miliardi, con un -17%) anche per effetto della vendita di alcune banche nell’est Europa. Intesa Sanpaolo ha ridotto i volumi di 37 miliardi (-10%);?Ubi Banca ha sforbiciato 13 miliardi su 98 miliardi di fine 2009. Stesso trend per il Banco Popolare, mentre il primato nella stretta creditizia spetta non sorprendentemente a Mps che ha ridotto del 17% il suo portafoglio.
Ma perchè le banche anzichè capitalizzare (lo hanno fatto per lo più tardi soprattutto nel 2014) hanno preferito tagliare i crediti? Semplice.
Ci sono due modi per ottemperare all’equilibrio patrimoniale sull’attivo a rischio chiesto dalle autorità di Vigilanza. O si fanno aumenti di capitale corposi o si taglia l’attivo a rischio. E per le banche italiane molto esposte sui crediti e quindi con attivi a rischio più alti delle banche di modello anglosassone, c’erano ben poche alternative.
Era possibile aumentare il capitale? Purtroppo con fatica. I prezzi delle banche in Borsa sono crollati a valori che sono meno della metà del patrimonio e la redditività si è contratta enormente.
In più il capitale immobilizzato ha un costo assai più alto del debito e le Fondazioni azioniste spesso non erano in grado di mettere mano al portafoglio. E poi chi sottoscrive aume nti con le banche a redditività calante? Pensare che le banche italiane abbiano scelto la via facile (quella di tagliare gli impieghi) è solo in parte corretto. In tutta Europa, anche tra le banche del Nord, c’è stato un poderoso delevereging. Cioè un dimagrimento forte degli attivi. Rbs ricorda che dall’inizio della crisi ben 600 miliardi di impieghi sono stati tagliati da tutte le banche europee.
La zavorra delle sofferenze
L’Italia era nelle condizioni di contesto peggiori. Il nodo critico è stato il violentissimo incremento dei crediti malati.
Le sole sofferenze lorde sono passate da 50 miliardi a 170 miliardi e se a questi si sommano gli altri crediti deteriorati arriviamo a una cifra intorno ai 300 miliardi.
Di fatto un quinto dell’intero stock di prestiti in pancia alle banche è malato. Vuol dire dover svalutare trimestre su trimestre cifre che ormai valgono la metà di tutti i ricavi delle banche. Se si tolgono i costi operativi ecco perchè la redditività media del sistema bancario si presenta di fatto azzerata.
Mossa miope
Chiedere a questo punto e in queste condizioni del ciclo economico, come pretende la Bce, di mettere ancora capitale dentro le banche italiane è quanto meno miope. È come pretendere di applicare regole in sè corrette ma anticicliche e strutturali in un contesto di ciclo deteriorato. Rischia di essere la cura che aggrava la malattia anzichè sanarla. Si ottiene l’obiettivo di avere banche ben solide, ma che in parte per essere solide finiscono per smettere di fare il loro mestiere che è quello di far girare il denaro verso gli impieghi. Data l’esperienza passata non è difficile prevedere come reagiranno gli istituti al nuovo diktat. Quella lunga striscia di credit crunch anzichè diminuire finirà per aggravarsi. Banche in forma sì, ma con sempre meno credito a imprese e famiglie. Un bel modo per (non) uscire dalla crisi italiana.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

ROMA — Un’esigenza comune percorre l’Europa investita dalla seconda ondata del Covid-19. Mai c...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

ROMA — L’Italia è pronta ad alzare le difese, e si allinea con l’Unione europea, nei confront...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

MILANO — Nel giorno in cui il consiglio di Atlantia ha deliberato il percorso per uscire da Aspi, ...

Oggi sulla stampa