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«Se l’Italia non aiuta, Fiat guarderà altrove»

di Raffaella Polato

MILANO — Il punto non cambia: «Servono garanzie per gestire bene gli stabilimenti» . E con lo stillicidio di cause Fiom, «minoranza rumorosa» , Sergio Marchionne le vede sempre meno. Per cui sempre la stessa è anche la conclusione: «Se il sistema Italia non ci aiuta trarremo le conseguenze» . Via. All’estero. Non solo con la sede. Il quartier generale è definitivamente il minore dei problemi: il rischio vero è per le fabbriche, la produzione, il lavoro. È il giorno della trimestrale Fiat. E non sono soltanto numeri. A chi ancora non avesse capito quanto sia radicalmente diverso il Lingotto di oggi anche solo rispetto a due anni fa, l’amministratore delegato si presenta con i due simboli, di quel cambiamento. Il primo è la sede scelta per il board: Belo Horizonte, Brasile, Paese che ha di nuovo salvato i conti dell’auto italiana dalle perdite di un’Europa più o meno in rosso per quasi tutti i costruttori. Il secondo ovviamente è Chrysler. Soprattutto Chrysler. Questo è il primo trimestre che consolida il gruppo Usa. Torino e Detroit non hanno bisogno di aspettare la fusione, sono da un pezzo «inestricabilmente legate» , e se «credo che la gente sottovaluti ancora quello che abbiamo fatto» il primo bilancio-fotografia spazio a equivoci non ne lascia. Sì, in Fiat Spa vanno bene i veicoli commerciali, la Ferrari, la componentistica, appunto il Brasile: viene da queste fonti il grosso degli utili della gestione ordinaria, 375 milioni di euro su 525. Ma il resto, 150 milioni, sono il contributo di Detroit. E per un unico mese, visto che il consolidamento parte da giugno. Nell’intero trimestre Auburn Hills ha guadagnato 575 milioni di dollari, 396 milioni di euro. Poi certo: è una tantum la plusvalenza — legata alla valutazione del 30%Chrysler che Fiat aveva in portafoglio a zero perché zero è costata — grazie a cui l’utile netto vola a 1,237 miliardi. Non lo sarà, però, l’apporto futuro: «Contribuirà in misura preponderante agli utili di gruppo» . Così come al fatturato. Ora, ai 13,2 miliardi di Fiat Spa l’auto Usa «partecipa» con i 3,3 miliardi di giugno. Quant’è la quota di Fiat Group Automobiles? Nell’intero trimestre: 7,6 miliardi. Okay, pesano la crisi del mercato in Italia e in Europa. Ma questo è ormai il profilo del Lingotto: multinazionale a più teste. Europa, Nord America, America Latina, Asia. La stessa «squadra unica» , i 25 che Marchionne presenterà entro venerdì, sarà costruita su questa nuova taglia. Un circuito globale da cui l’Italia non può più pensarsi «fuori» . Non può perché «non è la Fiat a decidere le condizioni di mercato» . Ed è qui che arriva l’affondo. «È difficile agire se le relazioni industriali non sono stabili, la realtà non può funzionare in un contesto di instabilità produttiva» . Pomigliano, la causa che ha riconosciuto la legittimità degli accordi ma ha definito «antisindacale» l’esclusione della Fiom dalla rappresentanze, per Marchionne di tutto questo è il simbolo più visibile. Non certo l’unico. Non a caso là, dove gli investimenti ormai sono partiti, «andiamo avanti comunque» . Altrettanto non a caso tutto il resto è congelato. Il numero uno di Fiat-Chrysler non accetterà mai la «guerriglia» , in Tribunale e in fabbrica, che i metalmeccanici Cgil promettono di continuare. E lo ripete, duro, anche da Belo Horizonte. Il Lingotto non ridiscuterà, né a Pomigliano né altrove, «accordi raggiunti con la maggioranza dei lavoratori» . «Non accade da nessuna parte» , aggiunge, e di sicuro non ha intenzione di concederlo qui: «L’impegno di Fabbrica Italia è senza condizioni. Ma abbiamo fatto più di quanto si possa razionalmente chiedere a un’azienda: non abbiamo intenzione di fare altri passi» . Gli verrà chiesto comunque? Le «conseguenze» che «ne trarremmo» sono sul tavolo: «Pronti a valutare altre opzioni» .

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