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Se Deutsche Bank è a sconto come una Popolare italiana

Deutsche Bank viene valorizzata dalla Borsa poco più del 50% del suo capitale, una valutazione più consona a una piccola Popolare italiana che a un colosso dell’investment banking. Detta così può apparire una boutade, tanto appare inverosimile, ma è invece la cruda realtà. Il mercato evidentemente tende a non fidarsi più di tanto della prima banca continentale d’Europa, spesso protagonista, e non da ieri, di inchieste, di scandali legati alla manipolazione del mercato (leggi Libor) e di risarcimenti legali per miliardi e che ha visto negli ultimi anni almeno due ribaltoni al vertice. Prima l’uscita di Josef Ackermann, ora un nuovo passaggio di consegne al vertice. 
Segno che più di qualcosa non funziona nei delicati ingranaggi dell’emblema del sistema bancario tedesco. La stasi (o meglio la debaclè)di Borsa è lì a testimoniarlo. Negli ultimi 5 anni, mentre il Dax tedesco correva raddoppiando, Deutsche ha lasciato sul campo quasi metà del suo valore. E anche il confronto con l’indice bancario europeo è impietoso, dato che è in progresso del 13%, per non parlare dello Stoxx600 salito del 57%. Una divergenza significativa che non è mai stata colmata dalla fine della crisi Lehman. Il gigante è in crisi profonda sui mercati e non te l’aspetti dalla prima banca tedesca, anche perchè l’attività delle banche d’affari hanno beneficiato dei forti andamenti positivi degli asset finanziari dal cui trading Deutsche incassa lauti ricavi. Quali spine punzecchiano il colosso di Francoforte? Senz’altro una redditività in forte contrazione negli ultimi anni. Dal picco degli utili netti di oltre 4 miliardi nel 2011 (secondo i dati di Capital Iq), si è scesi a un paio di centinaia di milioni l’anno dopo per poi risalire a 665 milioni nel 2012 e a 1,66 miliardi a fine del 2014. In progressione certo, ma con una contrazione di quasi il 60% della profittabilità. Non sono stati i ricavi a flettere, anzi hanno veleggiato in tutti gli ultimi anni sopra i 30 miliardi. Il colpo basso arriva dai pesantissimi oneri dei contenziosi legali in cui la banca è incappata come le cronache hanno più volte raccontato. L’insieme dei risarcimenti dal 2011 spesati a bilancio ammonta a 7,8 miliardi con il picco del 2013 che ha visto sborsare ben 3 miliardi, oltre la metà del valore degli utili operativi. E così la profittabilità è andata declinando portando la banca tedesca a registrare un Roe (rendimento sul patrimonio) poco sotto il 3%, valori non certo da rutilante banca d’affari, dato che a quei livelli la remunerazione del capitale è inadeguata rispetto a investimenti alternativi. In secondo luogo a comprimere la profittabilità ha anche contribuito l’immissione di capitale resasi necessaria in questi anni per una banca che aveva patrimonio troppo scarso rispetto al poderoso attivo di bilancio. Un attivo che è anche dimagrito scendendo da 2mila miliardi a 1.700 miliardi, ma che vede tuttora a presidio un patrimonio sì rimpolpato ma che vale 68 miliardi con una leva finanziaria ancora assai tirata al 4%. Per una banca che ha rischio di credito su soli 400 milioni su un bilancio di 1.700 miliardi e che fa del trading finanziario la sua fonte di guadagni (e perdite) il tema del capitale continua a essere centrale. E così la Borsa è stata finora lontana dalla regina delle banche tedesche. E non sarà un caso ma l’altro ieri S&P ha portato il rating a BBB+
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