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Se 23 miliardi vi sembrano pochi

L’impatto sull’economia reale è ancora da verificare, ma c’è il rischio che sia minore rispetto alle attese. Le imprese aspettavano con ansia il lancio effettivo delle Targeted longer-term refinancing operations (Tltro) della Banca centrale europea, cioè le aste di rifinanziamento a lungo termine che dovrebbero essere mirate a fornire liquidità. Ma l’esordio delle Tltro è in sordina. Nessuna preoccupazione, comunque. Un sostegno ulteriore potrebbe arrivare dalla seconda parte del programma di Mario Draghi per rilanciare la domanda nell’eurozona, cioè l’acquisto di titoli cartolarizzati.
Partenza in sordina
La prima asta, svoltasi giovedì scorso, doveva essere il punto di svolta. Secondo il meccanismo delle Tltro, nelle prime due sessioni le banche possono chiedere, nel loro complesso, fino a 400 miliardi di euro. E infatti, l’euforia degli investitori era molta. «Le banche chiederanno circa 150 miliardi di euro solo nella prima asta», scriveva Nomura. Invece, i miliardi sono stati 82,6. Pochi. Talmente pochi che è lecito chiedersi quale sia la reale efficacia dell’intera operazione. La liquidità, del resto, non manca. «Non esiste un problema di liquidità, anzi», dice Frederik Ducrozet, economista del Crédit Agricole. Esiste, semmai, un problema di domanda di credito. Le banche italiane, da sole, hanno preso a prestito circa 23 miliardi di euro, il 28% dell’ammontare complessivo. UniCredit ha chiesto 7,75 miliardi di euro, Intesa Sanpaolo 4 miliardi, Banca Monte dei Paschi di Siena 3 miliardi e via via tutte le altre. Solo UBI, la Popolare di Milano e la Popolare di Vicenza non si sono rivolte alla Bce. E dire che la possibile richiesta totale per le prime due aste è di 75,3 miliardi di euro. Questo perché gli istituti di credito possono chiedere fino al 7% dei prestiti erogati alle imprese, fissati all’aprile 2014.
In Italia, lo stock di finanziamenti verso il settore privato ad aprile è stato di 1.075,2 miliardi di euro. Tuttavia, questi soldi rischiano di non arrivare mai alle imprese. La colpa è duplice. In primis per via del meccanismo del Tltro. Se le prime due aste sono basate sullo stock di finanziamenti fermo all’aprile 2014, le successive sei, fra il marzo 2015 e il giugno 2016, sono basate sul flusso di erogazioni nei 365 giorni seguenti. Le banche che avranno mantenuto lo stesso livello, potranno chiedere prestiti. Quelle che hanno effettuato una contrazione, no. Il diavolo si nasconde nei dettagli, perché non sarà importante avere una storia di erogazioni positiva, essere quindi prestatori netti, bensì stabilizzare il flusso, anche se negativo. C’è poi la seconda colpa, collegata alla prima. Le banche italiane hanno una storia di prestiti che non è positiva. Nello specifico, analizzando i database della Bce, emerge che dal maggio 2012 stanno contraendo i prestiti alle imprese e, dal mese successivo dello stesso anno, alle famiglie. Il calo è marcato, con un picco al ribasso toccato nel novembre 2013, quando i finanziamenti alle imprese si sono contratti di oltre 55 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. A luglio l’ennesimo calo dei prestiti, sia per ciò che riguarda le imprese sia per le famiglie. All’appello, su base annua, mancano ancora 35,225 miliardi di euro alle società e 2,717 miliardi di euro alle famiglie. Cifre che però sono destinate ad aumentare, secondo una simulazione interna del CorrierEconomia.
Domanda debole
La scarsità di domanda di credito è in larga parte data dalla debolezza della domanda domestica. Incrociando questo fattore con l’andamento dei prestiti bancari, emerge un quadro poco roseo. Secondo il Fondo monetario internazionale (Fmi), la domanda interna in Italia sarà negativa per un decimale anche per il 2014. E nel 2015 crescerà dello 0,6 per cento. Troppo poco. Per tornare a essere prestatore netto, il sistema bancario italiano avrebbe bisogno di almeno tre anni. Di contro, secondo un’analisi della banca statunitense Morgan Stanley, per tornare al livello dei prestiti precedente alla crisi subprime, ci possono volere altri cinque anni. Il tutto nel caso non peggiorasse l’attuale congiuntura. A cosa serviranno quindi i circa 23 miliardi presi in prestito?
Da un lato, a finire il rimborso delle precedenti aste di rifinanziamento a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) lanciate nel dicembre 2011 e nel febbraio 2012. Dall’altro, a preferire classi di asset che presentano meno rischi nel medio termine.
Il supporto maggiore per le imprese potrebbe arrivare dall’acquisto di covered bond e titoli cartolarizzati che la Bce ha rivelato a inizio mese. Acquistando Asset-backed security (titoli contenenti crediti, perlopiù commerciali, o Abs) e Residential mortgage-backed security (titoli contenenti mutui, o Rmbs) l’istituzione di Francoforte potrebbe rivitalizzare questi mercati, agevolando la disintermediazione fra imprese e banche. La liquidità c’è, ma il settore privato non la dovrà cercare attraverso il canale bancario.
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