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Scure sugli aiuti alle imprese: 10 miliardi

ROMA — Si può far crescere il Pil dell’1,5 per cento in un biennio tagliando 10 miliardi di trasferimenti pubblici alle imprese e riducendo così il costo del lavoro che oggi opera come una zavorra proprio sul sistema produttivo. È una ricetta di politica economica quella che il consulente del governo, Francesco Giavazzi, ha consegnato a Palazzo Chigi con tanto di articolato per un possibile decreto legge. Molto di più che una semplice proposta di riorganizzazione della montagna di incentivi alle imprese (oltre 36 miliardi di euro nel complesso), frutto di un pluridecennale affastellamento di norme assai sensibili alle lobby di turno. Non è escluso che la bozza del decreto venga esaminata in una delle prossime riunioni del Consiglio dei ministri.
L’INCOGNITA DELL’IVA
È, dunque, una vera spending review, come scrive l’economista della Bocconi nelle prime righe del documento preparato per il governo: «Una riduzione della spesa nel suo complesso, se destinata a diminuire la pressione fiscale, ha effetti espansivi sull’economia. Non si deve quindi cedere alla tentazione di riallocare la spesa, tagliando spese meno efficienti per finanziarne altre, apparentemente più efficienti».
Plaude la Confindustria, con il suo presidente Giorgio Squinzi, dice che il taglio va nella giusta direzione «purché serva effettivamente a ridurre le tasse». Ma non è detto che il suggerimento di Giavazzi possa essere fatto proprio dal governo. Entro la metà del prossimo anno, infatti, il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, ha detto che vanno reperiti sei miliardi di euro per scongiurare l’aumento delle aliquote Iva. E molto probabilmente una parte della spending review sugli incentivi alle imprese potrebbe essere utilizzata a questo scopo.
BASTA AIUTI A PIOGGIA AL SUD
Sono quaranta le disposizioni di legge che Giavazzi propone di abrogare. Seguendo un criterio molto chiaro: vanno mantenuti solo quei trasferimenti che sono in grado di aumentare l’attività delle imprese; vanno invece soppressi quelli che non hanno alcun effetto sulle scelte dell’imprenditore. Ma che, tra gli effetti negativi collaterali oltre alle distorsioni concorrenziali, hanno quello di produrre un’erosione fiscale quantificata in oltre 30 miliardi di euro. Scrive Giavazzi: «L’evidenza empirica, sia a livello internazionale che per l’Italia, indica l’esistenza di effetti addizionali per alcuni sussidi alla Ricerca&Sviluppo, ma limitatamente alle piccole e medie imprese (Pmi) e alle start up. Non emergono effetti addizionali per altri tipi di sussidio, quali, ad esempio, quelli erogati in Italia alle imprese localizzate in aree in ritardo di sviluppo».
Dalla scure, Giavazzi esclude quindi i sussidi destinati alla ricerca, all’istruzione, alla sanità, ai trasporti. Salvi, ovviamente, gli incentivi che derivano dai fondi europei.
UN FONDO UNICO E PIÙ TRASPARENZA
Giavazzi propone la costituzione di un Fondo unico per l’incentivazione presso il ministero dello Sviluppo cui far confluire tutti gli incentivi. Un Comitato tecnico dovrà fare la selezione degli incentivi. Infine per i sussidi ammessi serviranno meccanismi trasparenti per la concessione che dovrà essere «subordinata alla dimostrazione dell’effetto addizionale dell’incentivo sull’attività di impresa». Le stesse regole generali dovrebbero essere seguite dalle Regioni.

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