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Scuola, la Corte Ue boccia l’Italia

La gestione italiana dei precari della scuola non rispetta le regole europee, perché non contempla contromisure al ricorso abusivo dei contratti a termine a ripetizione (per esempio sotto forma di risarcimenti del danno) e nemmeno promette l’assunzione definitiva in tempi ragionevolmente prevedibili.
Attesa da anni, e figlia di un contenzioso che ha impegnato tribunali in tutto il Paese su su fino alla Corte costituzionale, è arrivata la risposta della Corte di giustizia Ue sulla legittimità del sistema italiano delle supplenze. Una risposta negativa e tutt’altro che sorprendente, al punto che il piano della «Buona scuola» lanciato dal Governo a settembre è stato in qualche modo spinto anche dalla sentenza europea in arrivo.
La conferma è arrivata ieri dallo stesso ministro dell’Istruzione Stefania Giannini, che interpellata ieri da «Effetto giorno», in onda su Radio24, ha spiegato che «con il piano noi abbiamo anticipato una soluzione» ai problemi ribaditi dalla sentenza europea «che era attesa». Ora del piano sono attesi invece i decreti attuativi, in calendario a partire da gennaio, ma bisogna tenere conto che la battaglia europea ha riguardato anche il personale amministrativo, e non solo i docenti.
I sindacati esultano, a partire dall’Anief che è stata in prima fila nella promozione dei ricorsi sfociati nella sentenza lussemburghese: «Ora – sostiene in una nota – 250mila precari possono chiedere la stabilizzazione e risarcimenti per due miliardi di euro».
Il punto in discussione
La decisione Ue è senza dubbio di peso, ma per misurarne gli effetti bisogna definire i contorni della questione esaminata dai giudici. La sentenza si concentra prima di tutto sull’utilizzo delle supplenze per i posti «vacanti e disponibili», circa 35mila secondo le stime, che cioè sono del tutto privi di titolare. Nei posti solo «vacanti», invece, il titolare c’è ma non lavora per esempio perché è in congedo per malattia, maternità o altri motivi, che secondo i giudici europei costituiscono «ragioni obiettive che giustificano la durata determinata del contratto».
La regola europea
La «ragione obiettiva» è l’aspetto chiave, perché l’accordo quadro del 1999 sul lavoro a tempo determinato, allegato alla direttiva 1999/70/Ce, impone agli Stati membri di rinnovare i contratti a termine solo indicando appunto «ragioni obiettive» esplicite oppure fissando in anticipo la durata massima totale dei contratti o del numero dei rinnovi. L’accordo si applica a tutti i settori, pubblici e privati, e per essere efficace ha bisogno di sanzioni anti-abusi che siano «proporzionate, effettive e dissuasive».
La situazione italiana
Nella scuola italiana non solo non sono stati previsti né eventuali risarcimenti né tempi certi per l’immissione in ruolo, perché tutto è stato lasciato a concorsi che però tra 1999 e 2011 sono stati bloccati. Fin dalla legge 124/1999, l’Italia ha giustificato questa impostazione con le «particolari esigenze» organizzative del settore ma questa difesa, ribadita nel decreto 70/2011, ha spesso inciampato in tribunale.
Gli effetti
Proprio sul ricco contenzioso già avviato, che oltre al Tribunale di Napoli ha interessato Siena, Novara, Genova e tante altre sedi, andranno misurate le prime conseguenze della decisione europea, che in ogni caso non prevede automatismi. Sul punto, inoltre, dovrà pronunciarsi la Corte costituzionale, che sulla base delle indicazioni arrivate dal Lussemburgo dovrà individuare le norme da depennare dal nostro ordinamento.
Le reazioni
Le conseguenze più immediate, com’è ovvio, solo sul piano politico e sindacale. «Meno male che l’Europa c’è», ha commentato il segretario della Cgil Susanna Camusso, annunciando anche di valutare l’ipotesi di ricorsi Ue contro il Jobs act. Un collegamento, quello fra decisione Ue e riforma del lavoro, evocato anche dal Movimento 5 Stelle, secondo cui la sentenza segna «la sconfitta della linea politica del Governo Renzi», mentre il Pd conferma che il problema sarà affrontato con l’attuazione della «Buona scuola».
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