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Scudo salva-Ue: gli ostacoli operativi frenano il debutto

Il taglio del nastro è previsto per oggi a Lussemburgo a margine della riunione dell’Eurogruppo. Con il primo incontro del suo board, dove siedono i ministri delle Finanze dei diciassette Paesi della moneta unica, diventa operativo l’Esm, il meccanismo di stabilità permanente dell’Eurozona. Una partenza con tre mesi di ritardo – frenata dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca, tassello indispensabile per la sua entrata in vigore – e alcuni ostacoli sulla sua strada che ne limitano ancora la piena operatività. Tutto è pronto, almeno sulla carta, e si guarda alle prossime mosse del governo di Madrid, perché la richiesta d’aiuto spagnola, che tiene i mercati con il fiato sospeso, rappresenterà con ogni probabilità il primo banco di prova per il nuovo strumento e per la credibilità dell’Eurozona.
Il fondo salva-Stati raccoglie l’eredità dell’Efsf con un raggio d’azione più ampio rispetto al suo predecessore: non più solo un paracadute per i Paesi sull’orlo della bancarotta, già aperto per Irlanda, Grecia e Portogallo, ma anche boccata d’ossigeno per chi è diventato più vulnerabile con la crisi, o scudo anti-spread in tandem con il “bazooka” della Bce – che prevede l’acquisto di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà che si impegnano a fare i compiti a casa – e strumento per la ricapitalizzazione diretta delle banche sotto stress. «Rispetto all’Efsf – sottolinea Silvio Peruzzo, senior European economist di Nomura – il nuovo Esm rappresenta un notevole scatto in avanti, per i poteri allargati e il capitale più solido. I suoi difetti sono dovuti soprattutto a ostacoli di natura politica. Il meccanismo rischia infatti di essere rallentato dall’esigenza per alcuni Paesi, come Germania e Finlandia, di consultare i loro Parlamenti in caso di nuovo intervento dell’Esm». Per Berlino, come ha stabilito la Corte di Karlsruhe lo scorso 12 settembre, sarà indispensabile anche una nuova approvazione da parte del Bundestag qualora la Germania dovesse essere nuovamente costretta a mettere mano al portafogli oltre all’attuale tetto dei 190 miliardi. L’altro nodo spinoso è rappresentato dalle risorse limitate. Il capitale iniziale viene raccolto in tranches. Entro 15 giorni dall’entrata in vigore del trattato la dote sarà di circa 100 miliardi di euro per arrivare a un massimo di 500 a metà del 2014.
La palla è ora nel campo dei governi. «Se chiederanno l’assistenza diretta dell’Esm per supportare il finanziamento del settore pubblico o per ricapitalizzare il sistema bancario – fa notare Benedicta Marzinotto, economista del think tank Bruegel – il meccanismo di stabilità svelerebbe gli stessi limiti del predecessore, cioè una capacità di prestito limitata, probabilmente sufficiente in tempi normali, ma non rassicurante nel mezzo della bufera. Se invece decideranno di fare domanda all’Esm per attivare lo scudo anti-spread della Bce, sarebbero messi alla prova da un lato la Banca centrale europea, a cui finora è bastata la politica dell’annuncio, e dall’altro l’establishment costretto a chiarire la natura delle riforme chieste ai Paesi che beneficiano del “bazooka”. Un difficile esercizio di diplomazia in un momento in cui la legittimità delle richieste di austerità mosse dalla Ue ai Paesi sotto assistenza è sempre più messa in dubbio».
Ciascuna direzione presenta, poi, altre nubi all’orizzonte. La più minacciosa riguarda il nuovo compito dell’Esm sulla ricapitalizzazione diretta delle banche, prevista dal suo trattato istitutivo. Una volta attivo, questo strumento consentirà di non “scaricare” il costo della ricapitalizzazione sui conti pubblici del Paese in difficoltà. Per farlo, però, come hanno stabilito i capi di Stato e di governo al vertice di fine giugno, è necessario istituire un meccanismo di vigilanza unico a livello europeo con il coinvolgimento della Bce, primo passo verso l’Unione bancaria che la Commissione vorrebbe concretizzare a partire dal prossimo gennaio. Ma Germania, Finlandia e Olanda, il club dei Paesi virtuosi, tirano il freno. Anche qui la Spagna, che a luglio ha ottenuto una prima tranche da 30 miliardi per la ricapitalizzazione delle sue banche disastrate, sta facendo da battistrada.
Le altre incognite riguardano le «condizionalità» a cui saranno sottoposti i Paesi protetti dallo scudo anti-spread e che saranno specificate nel Memorandum di intesa, ma anche il monitoraggio sul rispetto degli impegni. La settimana scorsa il presidente della Bce, Mario Draghi, ha sottolineato che «le condizioni non devono necessariamente essere punitive. Molte sono legate a riforme strutturali che hanno costi sociali, ma anche grandi benefici». Proprio le incertezze sul prezzo da pagare spiegano la lunga attesa di Madrid.

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