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Scudo, feste amare per gli studi

di Valerio Stroppa 

L'imposta sui capitali «scudati» agita le feste di professionisti, banche e fiduciarie. Che in questi giorni si trovano a dover fronteggiare, senza poter fornire risposte certe, le richieste di chi si è avvalso in passato delle procedure di emersione delle attività detenute all'estero in violazione delle norme sul monitoraggio fiscale. Un guazzabuglio di questioni aperte che vanno dall'individuazione dell'oggetto dell'imposta alla base imponibile da assumere, passando per l'onere di dover rintracciare contribuenti con i quali spesso è venuto meno ogni rapporto. Al centro dei riflettori è il nuovo articolo 19 del dl n. 201/2011, come sostituito dalla legge di conversione n. 214/11. Il comma 6 introduce un'imposta di bollo annuale speciale per le attività finanziarie «scudate». L'aliquota è fissata all'1% per l'anno 2012, all'1,35% per il 2013 e allo 0,4% a partire dal 2014. Il pagamento dell'imposta consente di continuare a mantenere la secretazione nei confronti del Fisco, mentre nessun prelievo andrà ad incidere sui contribuenti che scelgono di rinunciare all'anonimato. Sugli asset finanziari scudati che, alla data del 6 dicembre 2011, sono stati prelevati o comunque dismessi dal rapporto di gestione/amministrazione, per il solo 2012 dovrà essere pagata un'imposta straordinaria una tantum dell'1%. «La norma è sensibilmente cambiata dalla prima versione all'ultima approvata», spiega Fulvia Astolfi, partner responsabile del team tax dello studio legale Hogan Lovells in Italia, «ovviamente c'è un grosso movimento da parte di coloro si sono avvalsi dello scudo, che stanno domandando a noi consulenti se la norma sia legittima o si possa contestare». Una prima criticità riguarda quali siano le attività da assoggettare all'imposta. «Parallelamente all'imposta di bollo speciale sullo scudo, con la manovra Monti è stata introdotta anche un'imposta ordinaria sulle attività finanziarie detenute all'estero dalle persone fisiche, nonché quella sugli immobili oltre confine», osserva Maricla Pennesi, head of tax di Dla Piper. «Il primo fondamentale passaggio, quindi, è capire in quale perimetro di applicazione si rientra. I casi pratici superano di gran lunga le fattispecie teoriche previste da norme e circolari. Per questo il consiglio che noi diamo è quello di cercare di mappare subito le singole situazioni, in modo da farsi trovare pronti e avere un po' di margine per le valutazioni una volta intervenuti i chiarimenti ufficiali ».

Oltre al presupposto dell'imposta, gli operatori restano in attesa di istruzioni anche in merito alla base imponibile da assumere. «I capitali scudati nella maggior parte dei casi hanno cambiato forma, specie se si trattava di titoli o denaro liquido», commenta Roberto Lenzi, avvocato specializzato in diritto finanziario e gestioni patrimoniali, «è quindi auspicabile avere quanto prima indicazioni su quale sia il valore di riferimento da considerare. Se quello della dichiarazione riservata, quello di mercato o il prezzo dell'eventuale intervenuta cessione. Sta di fatto che al momento è impossibile fornire risposte precise ai clienti. Nemmeno sul quantum da pagare».

Ma i professionisti lamentano anche difficoltà legate al dover ricostruire situazioni spesso lontane nel tempo. La manovra Monti pone infatti a carico degli intermediari l'obbligo di trattenere l'imposta dal conto dello «scudante» o, in mancanza, di ricevere da questi la provvista necessaria. Il relativo versamento va eseguito entro il 16 febbraio di ogni anno. «Nel caso di scuola in cui il cliente abbia fatto rientrare i capitali attraverso la propria banca e li abbia lasciati sul conto corrente non sussisterebbero particolari problemi», sottolinea Alessandro Dragonetti, head of tax dello Studio Bernoni, «ma nella realtà questa situazione si verifica raramente. Ad oggi quel soggetto potrebbe aver cambiato istituto di credito, oppure essere deceduto, fallito o trasferitosi all'estero. In tali ipotesi rintracciare il contribuente per recuperare i fondi necessari ad adempiere all'obbligo di legge rischia di essere molto complicato. Oltre che dispendioso in termini di tempo e denaro, visto che tale attività sarà sostanzialmente svolta a titolo gratuito o quasi». Laddove la provvista non sia recuperata, perciò, l'intermediario dovrà segnalare alle Entrate nome e cognome di chi non ha versato l'imposta. Nei loro confronti, il Fisco procederà con il recupero mediante ruolo. «Se cade l'anonimato potrebbero però aprirsi altri scenari», chiosa l'avvocato Stefano Loconte, managing partner di Loconte&Partners, «che potrebbero perfino esporre l'intermediario ad azioni di responsabilità da parte dei clienti per violazione del segreto professionale o del mandato fiduciario. Ragione per cui è bene prendere immediatamente contatto con il soggetto che ha effettuato lo scudo (anche se non più cliente) per operare tutte le considerazioni del caso».

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