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Scontro sulla quotazione di Chrysler

Il dado è tratto: nella tarda serata di lunedì la Chrysler ha depositato presso la Sec (l’organismo americano di controllo sui mercati) il documento S-1 (Registration statement) in vista dell’offerta al pubblico di azioni. L’offerta iniziale (Ipo) è stata chiesta dal fondo Veba, azionista di minoranza di Chrysler, in base all’accordo tra i soci firmato nel 2009 (l’azionista di maggioranza è la Fiat, che ha il 58,5% dell’azienda e la gestione). Il Veba ha il restante 41,5% e intende vendere una parte della propria quota.
Come già era trapelato nei giorni scorsi, l’offerta al pubblico verrà guidata dalla banca J.P.Morgan, che sarà lead book-running manager. «Il numero di azioni in offerta e il prezzo non sono stati ancora determinati» spiega il comunicato dell’azienda; in ogni caso i proventi della vendita andrebbero solo al Veba. Se l’offerta dovesse partire la Chrysler verrebbe convertita da società a responsabilità limitata (Llc) a corporation.
Il documento non riporta come detto il prezzo, salvo un’indicazione del valore dell’Ipo ai fini del calcolo delle commissioni (100 milioni di dollari) e un’indicazione di quello che potrebbe essere il fair value dell’azienda: le azioni assegnate ai manager sono infatti valutate 9 dollari ciascuna, il che implica per Chrysler un enterprise value di 8,8 miliardi di dollari. Fiat ha il diritto, in base al cosiddetto equity recapture agreement, di acquistare dal Veba l’intera quota del 41,5% a un prezzo massimo che aumenta anno per anno. Attualmente è pari a 5,5 miliardi di dollari, ma qualche giorno fa Sergio Marchionne ha avvertito che se il Veba punta a incassare 5 miliardi di dollari «è meglio che compri un biglietto della lotteria». Fiat, che dispone di opzioni su un totale del 16,6% delle azioni di Chrysler, ne ha già esercitate tre per acquistare i titoli dal Veba; ma i due soci non si sono messi d’accordo sul prezzo, e la causa avviata da Fiat presso il tribunale del Delaware sembra avviata verso tempi lunghi.
Il Form S-1 include una dettagliata descrizione del business di Chrysler, delle prospettive e dei rischi. Tra questi ci sono il «limitato flottante di titoli dopo l’operazione, che potrebbe portare a volatilità nel prezzo» e «le clausole anti-takeover contenute nel nostro statuto, che potrebbero scoraggiare cambi di controllo ed avere un impatto negativo sul prezzo». Dal punto di vista finanziario, il prospetto avverte che «non intendiamo pagare dividendi per il prevedibile futuro».
Il deposito dell’S-1 è un passo formale importante verso l’offerta in Borsa; ma non è detto che l’Ipo abbia davvero luogo. Tra i rischi c’è infatti anche il potenziale conflitto di interessi con l’azionista di maggioranza. «Fiat ha espresso il desiderio di acquistare il 100% del nostro capitale o comunque di creare una struttura di capitale unificata rilevando la quota del Veba, una parte della quale è oggetto di questa operazione. Il suo completamento impedirà o ritarderà questo obiettivo di Fiat, e la stessa Fiat ha dichiarato che una Chrysler quotata (…) impedirà o ritarderà il conseguimento dei benefici dell’alleanza». «Fiat ci ha informato – prosegue il prospetto – che sta riconsiderando i costi e benefici di una ulteriore espansione della sua relazione con noi e i termini in base ai quali Fiat proseguirebbe la condivisione di tecnologia, impianti produttivi e risorse manageriali e ingegneristiche». È l’intera alleanza industriale fra le due aziende, insomma, ad essere in gioco; l’avvertenza di Fiat a Chrysler non è diversa da quella che Fiat Industrial aveva rivolto agli azionisti di minoranza di Cnh prima che questi ultimi dessero (con l’aiuto di un dividendo extra) il via libera alla fusione.
Il documento di ieri non fissa una data per l’Ipo; Marchionne ha parlato qualche giorno fa del 1° trimestre 2014. Secondo l’agenzia Standard & Poor’s l’operazione non avrà impatto sul rating di Chrysler. È probabile che le trattative per una cessione del pacchetto Veba a Fiat vadano avanti fino all’ultimo, eventualmente anche aspettando una valutazione delle banche collocatrici.

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