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Scontro Giovannini-Marchionne «In Italia le imprese investono»

MILANO — Una vittoria, parziale ma importante, verso il controllo assoluto di Chrysler negli Usa. L’ennesima polemica nel nostro Paese. Inevitabile, del resto. Sergio Marchionne era stato molto duro, martedì, con il governo: «Le condizioni industriali in Italia restano impossibili». Altrettanto duro è, ora, il governo con Sergio Marchionne. Sceglie per la verità il silenzio il ministro più direttamente coinvolto, il titolare dello Sviluppo Flavio Zanonato. Parla, e per andare all’attacco, il responsabile del Lavoro Enrico Giovannini. «Non sono d’accordo» con il leader di Fiat-Chrysler, è l’esordio. Premessa ovvia, forse. Meno scontato è il seguito.
Marchionne – che domani non sarà all’incontro tra l’azienda e la Fiom, né a quello precedente con gli altri sindacati: è già ripartito per Detroit – ripete che senza certezze legislative il gruppo non avvierà altri investimenti? Giovannini affonda: «Ci sono molte imprese che nonostante le indubbie difficoltà continuano a investire, a crescere, a creare profitto e posti di lavoro». Cosa che fin qui ha fatto pure la Fiat, a essere obiettivi, e non proprio con briciole: dal 2012, tra Pomigliano, Melfi, Grugliasco e Atessa, ha impegnato oltre tre miliardi. «Dimenticarsene» crea irritazione a Torino. Poi, è vero: ora sarebbe dovuto toccare a Mirafiori e Cassino, che così rischiano invece l’agonia. È però Giorgio Squinzi, presidente di Confindustria, a «interpretare» la posizione di Marchionne: non come quella di chi pensi sul serio di poter chiudere altre fabbriche dopo Termini (dove proprio ieri Fiat ha dato la disponibilità a prolungare di un anno la cassa integrazione), ma di chi «vuole spingere il Paese e le parti sociali ad andare nella direzione giusta». Un evidente riferimento al nodo della rappresentanza, ammesso peraltro dallo stesso ministro del Lavoro: «È chiaro che il tema è caldo, specie dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Io e Marchionne abbiamo discusso più volte di come migliorare le relazioni industriali». Senza alcun risultato, accusa Fiat-Chrysler. Falso, replica Giovannini, le scelte ci sono state: se il Lingotto (e la stessa Fiom ) risollecita il governo a «riempire con urgenza il vuoto normativo», il ministro ribadisce che «le parti sociali sono sovrane», che un’intesa c’è stata, che si può «eventualmente intervenire sul piano legislativo, ma con attenzione».
Continueranno, polemica e dibattito. Soprattutto (come sempre) tra Fiom e Fiat. Maurizio Landini non ha gradito scoprire che domani non vedrà Marchionne. Marchionne non ha gradito la premessa di Landini all’incontro («Una soluzione si troverà solo se finiranno le discriminazioni e le esclusioni»). Meno ancora dopo la nuova vittoria delle tute blu Cgil in Tribunale: giusto ieri la Cassazione ha respinto il ricorso del Lingotto e messo la parola fine sul licenziamento dei tre operai di Melfi accusati di aver bloccato volontariamente la produzione. Marco Pignatelli, Antonio Lamorte e Giovanni Barozzino (oggi senatore Sel) dovranno essere reintegrati a tutti gli effetti.
Era già in volo per gli Usa, il leader Fiat-Chrysler, quando è arrivata la notizia. Lo attendeva dalla mattina l’unica «soddisfazione giudiziaria» delle ultime settimane. Non è di poco conto, pur se di tutt’altro tipo: la Court of Chancery del Delaware ha assegnato a Torino i primi due round – pesanti– nella causa da cui dipenderà il prezzo da pagare a Veba per il 41,5% di Auburn Hills. Sul valore la Corte lavorerà ancora, ma intanto «senza ulteriore istruttoria» ha accolto la posizione del Lingotto e respinto le richieste del fondo sulle due questioni fondamentali per la valutazione, definendo «quella di Fiat l’unica interpretazione ragionevole del contratto». La vittoria è parziale, ma per l’obiettivo fusione potrebbe rivelarsi decisiva. Magari spingendo Veba ad accelerare i tempi con un accordo extragiudiziale.

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