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Nuovo scontro Cina-Usa sulla proprietà intellettuale

Al tavolo rischia di non sedersi il principale invitato: gli Stati Uniti. E così, per cercare di farci stare dentro tutti, gli sherpa delle diplomazie che stanno lavorando alla bozza del documento comune che dovrà essere approvato al prossimo G 20 in Argentina, in un evidente esercizio di equilibrismo lessicale – come avviene ormai in tutti i vertici, da quando è al potere Trump – stanno smussando le parti più scivolose. Primo tra tutti «l’impegno a combattere il protezionismo», scomparso dalle pagine del documento preparatorio. Il comunicato, come anticipato da Ft, è ancora in fase di negoziazione e potrebbe cambiare prima che inizi il vertice il 30 novembre. In modo generico si chiede ai paesi di «lavorare per mantenere i mercati aperti e garantire parità di condizioni». Il linguaggio anti-protezionistico è stato un punto fermo degli impegni del G20, da quando il forum è stato creato nel 2008. Ma dopo le frizioni al G20 in Germania lo scorso anno, e al G7 in Canada l’estate scorsa, i toni sono cambiati.
Il rischio, grande, e neanche troppo lontano, è che non si arrivi a un comunicato finale congiunto al G20. È successo già domenica scorsa al vertice economico annuale dei 21 Paesi dell’Asia Pacifico terminato, per la prima volta in 25 anni, senza un comunicato unitario. Pesa la frizione crescente tra Cina e Stati Uniti sulla guerra commerciale, nonostante i tentativi di avvicinamento delle ultime settimane dei due governi per una sempre più traballante “pace armata” al bilaterale tra Trump e il presidente Xi Jinping, in agenda a margine del summit argentino.
Trump nei giorni scorsi ha fatto già sapere che le 142 proposte avanzate dai cinesi per un accordo “non sono sufficienti”. A rafforzare il carico sono arrivati i risultati dell’indagine del Rappresentante al commercio Robert Lighthizer sulla “sezione 301”. Quella che riguarda la tutela della proprietà intellettuale e il trasferimento di tecnologie, alla base della decisione di introdurre i 250 miliardi di dollari di dazi anti-cinesi. Lighthizer, che con l’economista Peter Navarro rappresenta l’ala più rigida dell’amministrazione sulla war trade, scrive in una nota: «Abbiamo completato gli aggiornamenti della nostra indagine. Questi mostrano che la Cina non ha sostanzialmente modificato le sue pratiche sleali, irragionevoli e che distorcono il mercato». La Cina, secondo Lighthizer, non ha riposto in modo costruttivo alle indicazioni americane con cambiamenti sostanziali nelle politiche. «Il governo cinese ha continuato a utilizzare restrizioni sugli investimenti esteri per richiedere o esercitare pressioni sul trasferimento di tecnologie». Navarro, peraltro, secondo indiscrezioni che arrivano dalla Casa Bianca, non sarebbe stato invitato a partecipare al vertice bilaterale Trump-Xi. Intanto la Wto ha istituito un panel di tre esperti che dovrà verificare la fondatezza delle accuse americane alla Cina in merito alle «pratiche sleali» su trasferimenti di tecnologie e proprietà intellettuale.

Riccardo Barlaam

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